Sono le 19.30. In un tribunale quasi deserto, l'aula delle udienze preliminari è gremita. Dopo quasi sei ore di camera di consiglio il tribunale di Frosinone, per il processo Sangalli, pronuncia la sentenza. Ed è una sentenza dura. Di condanna. Il presidente Stirpe (a latere Farinella e Venarubea) impiega qualche minuto a leggere il dispositivo: quattro anni è la pena per l'ex vicesindaco e assessore all'Ambiente del Comune di Frosinone Fulvio De Santis e l'architetto Giovanni Battista Ricciotti. Il tribunale ha inflitto un anno in più rispetto alle richieste del pm Adolfo Coletta. Per l'imprenditore di Vallecorsa Giancarlo Tullio il tribunale commina un anno e otto mesi con la sospensione condizionale della pena. I giudici dichiarano interdetti in perpetuo dai pubblici uffici De Santis e Ricciotti, ordinano la confisca a entrambi di 10.000 euro, nonché li condannano al risarcimento dei danni in favore del Comune di Frosinone, costituitosi attraverso l'avvocato Francesco Tarsitano, da liquidarsi in sede civile. Secondo le accuse, la Sangalli sarebbe stata favorita per aggiudicarsi, nel 2013, il bando del servizio di raccolta rifiuti attraverso la nomina della società che avrebbe redatto il capitolato, indicata dalla stessa impresa monzese. Ricciotti -sostiene l'accusa- sarebbe stato l'intermediario di De Santis e avrebbe chiesto ai Sangalli il 10% dell'appalto, richiesta ritenuta però esosa dagli imprenditori lombardi.In più, per la procura di Frosinone che ha preso in mano l'indagine partita da Monza, Ricciotti avrebbe chiesto ai Sangalli un contributo elettorale per la campagna elettorale di De Santis alle regionali (i diecimila euro che avrebbe consegnato Daniela Sangalli per conto del padre). Gli avvocati della difesa, in mattinata, hanno tentato di scardinare la tesi accusatoria. L'avvocato Giampiero Vellucci, per conto di Tullio, ha negato la sovra-fatturazione sulle forniture alla Sangalli. Ha spiegato che i soldi ulteriori pagati a Sangalli (la provvista in nero per pagare le tangenti secondo l'accusa) sono stati tirati fuori direttamente dalle tasche dell'imprenditore. E che quello era il sistema per lavorare. E dunque prezzi più bassi per il volume dell'affare. Il legale ha evidenziato che Tullio non poteva sapere che i soldi sarebbero serviti ai Sangalli a pagare le tangenti.
Dopo la sentenza Vellucci ha detto: «Ovviamente non sono soddisfatto perché puntavo all'assoluzione piena, ma alla fine la pena inflitta è inferiore a quella richiesta dal pm e, dato ancor più positivo, è che la pena, anche in caso di conferma, non verrà eseguita. È la prova che Tullio non poteva essere destinatario della misura coercitiva perché non può adottarsi quando si possono avere i benefici di legge». Gli avvocati di Ricciotti, Eliana Scognamiglio e Giorgio Martellino, hanno affermato che nelle intercettazioni non c'è traccia dell'accordo corruttivo. Che la famosa frase del 10% era riferita ad altro e non a una richiesta di dazione di denaro per fini illeciti. E che non vi è alcun riferimento a quello che poteva essere il colpo grosso. Poi l'avvocato Vittorio Perlini per De Santis ha ricordato che il Comune non aveva la struttura per redigere il capitolato d'appalto e per questo ci si rivolse alla Idecom. Che così fece, la vecchia giunta. Ha aggiunto che la scelta della società di Bolzano, perché la più lontana da Frosinone, fu condivisa dalla giunta e da De Santis, anche se aveva un parere contrario. Ha affermato che, anche se formalmente la scelta doveva essere del dirigente, fu una scelta politica. Il legale ha contestato anche l'assunto della difesa secondo la quale il bando fu «cucito addosso alla Sangalli». Nessuna pressione fu fatta secondo il difensore per aggiungere o togliere requisiti al bando. Su questa falsariga ha proseguito l'avvocato Pasquale Lepiane, sempre per De Santis. Il legale ha affermato che già dall'interrogatorio di garanzia reso a Monza emergevano elementi per l'innocenza del vicesindaco, dimessosi subito. Eppure, nonostante ciò, prima di essere scarcerato, sono dovuti passare cinque mesi. «Il metodo Sangallise ha ragion d'essere a Monza non ha fondamento a Frosinone», ha affermato il difensore. «Nelle intercettazioni ha proseguito non c'è un passaggio in cui si evince un accordo corruttivo». Il legale ha rimarcato anche i dubbi di Daniela, Giancarlo e Giorgio Sangalli. E ciò a dimostrazione per la difesa che non c'era accordo. Il legale ha posto alcuni interrogativi e cioè perché non siano stati indagati, a Frosinone, anche i dirigenti comunali e i membri di Idecom. E perché non sia stato configurato, se a monte, come sostiene l'accusa,ci sia stato un accordo per favorire la Sangalli, il reato di turbativa d'asta. Le difese preannunciano sin d'ora ricorso in appello per ribaltare la sentenza.