A un anno esatto dalla sentenza di primo grado nei confronti di Giuseppe Di Bello, 36 anni, originario di Coreno, condannato all'ergastolo per il duplice omicidio dei fratelli Mattei, i giudici della Corte d'Assise d'Appello di Romahanno sparigliato le carte.Hanno accolto le richieste della difesa del Di Bello disponendo una nuova consulenza tecnica: un colpo di scena che nessuno avrebbe mai immaginato.Per i giudici di Cassino il Di Bello sarebbe stato l'unico in grado di poter sparare nella cava dei fratellidi Castelforte, morti per difendere la loro attività nella notte tra il 6 e il 7 novembre 2014.Per i giudicidi secondo grado no: all'esito della discussione degli avvocati Bruna Colacicco e Giuseppe DiMascio, la Corte d'Assise d'Appello ha recepito i dubbi sollevati sualcuni aspetti della sentenza diprimo grado.«E ha emesso un'ordinanza che dispone hanno spiegatogli avvocati una nuova consulenzatecnica per ricostruire lascena del crimine sulla base deglielementi già acquisiti.Ma ancheattraverso un nuovo sopralluogo».Il conferimento dell'incarico è previsto per martedì prossimo.Una decisione che rimette in discussione una sentenza granitica:erano le 18.15 del 14 novembre2016 quando i giudici, dopo poco più di due anni dai terribili fatti, pronunciarono la parola «ergastolo»per il Di Bello dopo tre oredi camera di consiglio.Ora per la famiglia delle vittime, assistite dall'avvocato Ranaldi, sarà durissima,costrette a rivivere ancora una volta quei momenti terribili.

I punti chiave della discussione

«A differenza delle vittime che sono uscite di casa per difendere la loro cava di Coreno allertate dalla foto trappola e che si sono trovate a fronteggiare una persona dal volto travisato, lui sapeva chi fossero.
Aveva con loro rapporti di lavoro.Per questo chiedo l'ergastolo» aveva incalzato in primo grado il pm D'Orefice.Una ricostruzione a cui aveva fatto eco quella della difesa di parte civile che si era poi soffermata su «22 elementi indiziari lampanti».Ventidue punti in cui aveva condensato imotivi che avrebbero portato aipotizzare la colpevolezza dell'imputato.A ribaltare quell'evidenza ci hanno pensato ieri in aula gli avvocati Bruna Colacicco e Giuseppe Di Mascio che dopo un'accesadiscussione hanno chiesto la riformadella sentenza di primogrado.«Il numero dei colpi esplosi, il mancato ritrovamento delle ogive,lo stato dei luoghi caratterizzato da larghi spazi privi di superfici sui quali potessero impattare i proiettili e la conseguente impossibilitàdi disegnare traiettoriecerte, non consentono una univoca ricostruzione di quanto esattamente accaduto quella notte, lasciando spazio a ricostruzioni alternative non verificabili» hanno argomentato gli avvocati che affrontando diversi aspetti della ricostruzione della mattanza, soffermandosi sulla scena del crimine.

Forse c'era un quarto uomo

La disposizione dei corpi,il numero dei bossoli repertati, le tracce sui sentieri (attribuite dalla Corte di Cassino ad animali e non a persone)avrebbero tratteggiato un'unica direzione in cui guardare per cercare il colpevole, hanno ribadito i legali: a ciò hanno contribuito il sequestro degli indumenti,la mancanza dello Stub su lDi Bello per «accertare se avesse sparato o meno, nonostante le cinque ore al Pronto soccorso di Cassino».Non meno importante nell'analisi della difesa, la comparazione delle tracce biologiche sui reperti sequestrati: «Se davvero vi fu una colluttazione tra i fratelli Mattei e il Di Bello, come è possibile che nessuna traccia biologica risulta sugli indumenti dell'imputato?».Per gli avvocati Bruna Colacicco e Giuseppe Di Mascio il reperto numero "M", il passamontagna"del mistero" avrebbe raccontato,poi, della presenza di una quarta persona.«Siamo costernati per la perdita dei fratelli Mattei e vogliamo contribuire all'accertamento della verità anche per onorare la loromemoria: vogliamo una sentenza in gradodi accertare la verità,non di condannare a tutti i costi un colpevole»hanno ribadito gli avvocati Colacicco e Di Mascio.