Duecentoventinove pagine. Tante sono servite al giudice per le udienze preliminari del tribunale di Roma per motivare le condanne inflitte nell'ambito dell'operazione antidroga degli Intoccabili. Si tratta della sentenza con cui il gup Maurizio Caivano ha condannato i vertici dell'associazione. E tra questi Diego Cupido, il leader dell'organizzazione, a 18 anni, Valter Tarquini a 16 anni e 4 mesi, Vincenzo Baldi a 16 anni, Luigi Iaboni a 15 anni e 4 mesi, solo per citare coloro che hanno avuto una pena superiore agli otto anni.
Si tratta pur sempre del primo grado e infatti il provvedimento verrà impugnato in appello dagli avvocati Maietta, Vellucci, Ceccarelli, Tozzi e Staniscia. Sei i depositi smantellati nel corso dell'operazione, condotta da carabinieri e polizia: a Patrica alla Tomacella, a Frosinone alle vie Angeloni, Carbonaro e Refice, a Morolo in via Mandrini e ad Alatri in via Mola Franchi. Le piazze dello spaccio erano tutte a Frosinone, tra cui la principale la finestrella del Casermone poi trasferita al primo piano dello stabile di corso Francia D2, due in via Marittima, una «a chiamata» in viale Mazzini, quelle di corso Lazio, via Maria e Monti Lepini gestite dalle famiglie rom.
Per il giudice è dimostrata «l'esistenza di un'articolata organizzazione che ha provveduto» direttamente o con intermediari, «ad assicurare il costante approvvigionamento», con tanto di «assegnazione ad ogni associato, di compiti specifici». Il gup aggiunge: «ciascun componente ha concorso ad assicurare la funzionalità e l'operatività della struttura criminosa, apportando, avendone la necessaria consapevolezza, quel contributo richiesto».
Nella sentenza evidenziati i «cospicui o comunque significativi quantitativi» di droga trattati, a volte anche chilogrammi come emerso dai sequestri, «la disponibilità di notevoli o comunque adeguate risorse finanziare in grado di garantire il costante approvvigionamento di sostanze stupefacenti, anche a fronte dell'arresto di numerosi soggetti coinvolti nel traffico illecito e dei sequestri delle sostanze stupefacenti, e l'individuazione di ulteriori soggetti in grado di assicurare la custodia ed il trasporto della droga». E ancora «l'utilizzo di un linguaggio criptico» e «gli accorgimenti usati per eludere le investigazioni» con il «frequente cambio delle schede telefoniche ed all'utilizzo di schede intestate a terze persone». C'era pure «la disponibilità di mezzi e di locali idonei al deposito delle sostanze stupefacenti che gli associati erano in grado di reperire in un ristretto arco di tempo», «la sussistenza di uno stabile vincolo tra tutti gli associati» ai quali, in caso di arresto, veniva fornita l'assistenza legale. Altro elemento emerso - scrive il gup - è la capacità «di riciclare i proventi del traffico» con «investimenti in altri settori» economici, legali e illegali, per «assicurare un elevato livello di vita ai capi dell'associazione», ma soprattutto la capacità «di sopravvivere ai ripetuti interventi delle forze dell'ordine operati mediante arresti di affiliati e sequestri anche di quantitativi consistenti se non addirittura ingenti e di mantenere inalterata la sua piena operatività sia adottando strategie di rifornimento alternative ed urgenti sul mercato locale sia infine svolgendo ricerche di mercato e contattando nuovi potenziali fornitori».