Alatri si è svegliata attonita e sconcertata dopo il tragico e brutale assassinio di Mimmo Pascarella. Ancora una volta la città è stata scossa da un episodio drammatico, come quello che accadde a marzo con la morte di Emanuele Morganti, anche se i due fatti non sono sovrapponibili e nascono in circostanze completamente differenti. Rimane però quell'interrogativo generale che rimbomba nelle teste di tanti sulla direzione che Alatri e questa realtà stanno prendendo.

Domanda che si presta a mille risposte, ma che è ineludibile, specie di fronte alla constatazione che la città ernica si sta scoprendo estremamente fragile. I commenti che abbiamo ascoltato e registrato in queste ore sono improntati alla pietà nei confronti del povero Mimmo, molte volte vittima di un destino che sembrava essersi accanito contro di lui in maniera pervicace, ma anche nei confronti del suo aguzzino, Matteo Sbaraglia, descritto come un giovane segnato ugualmente da tante, troppe traversie. Due disagi che si sono incontrati in più occasioni e il cui finale non era stato previsto.

L'invito, partito da molti, è quello di rispettare il silenzio, di non lasciarsi andare a facili giudizi. Un dolore trasversale, quello tra gli amici di Mimmo, i familiari e i conoscenti di Matteo. Tra le reazioni, segnaliamo quella dell'avvocato Enrico Pavia, consigliere comunale, che parla di «città che non trova pace». Il legale si chiede se Matteo Sbaraglia avesse manifestato segni di squilibrio, se fosse seguito, se potesse essere fermato per tempo: «A tutte queste questioni si dovrà dare una risposta nei prossimi giorni per cercare di comprendere se ciò non sia la conseguenza di un profondo malessere sociale oppure di malaugurate contingenze». Dario Ceci, amico fraterno di Mimmo, dice invece: «Stringiamoci tutti in questo momento di dolore e facciamo parlare il nostro cuore. Che prevalga quella pietà umana cara al Signore e carissima a Mimmo».