«Prima o poi qualcuno scoppierà. E il motivo salterà fuori. Non penso che se lo possano tenere dentro per molto tempo». Chissà se le parole di Melissa Morganti, rilasciate nel corso di un'intervista, siano state profetiche. Di certo c'è che dopo oltre cento giorni passati dietro le sbarre, stufi di marcire lì dentro, Mario Castagnacci e Paolo Palmisani qualcosa al procuratore De Falco avranno pur detto, anche nel tentativo di alleggerire la loro posizione. Quel fiume di parole, lungo nove ore, magari per ottenere la libertà vigilata, certamente avrà aperto nuovi scenari. Fino ad aggravare la posizione delle altre persone coinvolte nella vicenda. Tanto che ieri mattina l'ottavo piano del palazzo di Giustizia di Frosinone, dove hanno sede gli uffici della procura della Repubblica, sembrava essere tornato ai giorni successivi al delitto di Emanuele. Le indagini per far luce sull'omicidio, anche se apparentemente hanno fatto registrare una battuta d'arresto, vanno quindi avanti spedite.

Raffica di interrogatori

Numerose le persone convocate dal pool di magistrati nel tentativo di chiarire diversi punti oscuri del pestaggio mortale. Tra le persone sentite anche il papà di Palmisani. Probabilmente gli inquirenti hanno voluto sapere se quanto riferito dal figlio, in merito agli spostamenti di quella notte, risponde a realtà. Sotto torchio pure altri parenti degli indagati. Ma non solo.

La nuova svolta

Al centro dell'inchiesta restano sempre il movente, le modalità dell'aggressione e le cause che hanno provocato il decesso del ventenne di Tecchiena. Ad imprimere un'ulteriore svolta alla ricostruzione dell'omicidio è stato proprio il colloquio richiesto dai due ragazzi ristretti nel carcere romano di Regina Coeli. E anche se il procuratore ha definito le loro dichiarazioni «del tutto inattendibili, perché smentite dall'indagine effettuata prima dell'emissione dell'ordinanza, ma anche da quelle successive» ha pure evidenziato che quanto riferito da entrambi «ha fornito ulteriori elementi di interesse, sotto il profilo della ricostruzione accusatoria nei confronti di tutti gli indagati».
Ed è per questo che ha deciso di riannodare il nastro delle dichiarazioni rese dai testi. Nulla è emerso dal riserbo istruttorio. Ma, a quanto pare, in queste ore l'attenzione della magistratura si è nuovamente concentrata sul quel che avvenne la notte tra il 24 e il 25 marzo in piazza Regina Margherita. Più specificatamente sugli ultimi attimi di vita di Morganti.

Attesa per la consulenza

La raffica di domande alle persone informate sui fatti si sarebbe concentrata sulle modalità del pestaggio, anche in vista del deposito della consulenza tecnica affidata al professor Saverio Potenza. I termini stanno, infatti, per scadere. Gli esiti stabiliranno se il ragazzo è deceduto a causa delle lesioni provocate da un manganello usato da uno dei buttafuori del Miro Music Club, oppure da un violentissimo pugno, inferto da uno degli indagati, che lo avrebbe scaraventato con violenza contro la Skoda parcheggiata in quella piazza. Su tale circostanza c'è, infatti, chi sostiene di aver notato Emanuele che, dopo essersi liberato dal gruppo dei ragazzi che lo stava aggredendo, avrebbe perso i sensi a causa di un colpo scagliato precedentemente con lo sfollagente. E, già stordito, sarebbe andato a sbattere come un peso morto sul montante dell'autovettura. Ma la verità sulla dinamica di quanto accaduto quella maledetta notte non è poi così lontana. La data fatidica è fissata a sabato 15 luglio. Poi tutto sarà più chiaro.