Espulso dall'Italia perché «sfornito di permesso di soggiorno» e «persona pericolosa per l'ordine e la sicurezza pubblica». Ma avrà una seconda chance. Colpa - o a seconda dei punti di vista merito - di un vizio formale. Christopher Amadu è un cittadino nigeriano che, davanti al giudice di pace di Frosinone, impugna il provvedimento di espulsione emesso a suo carico dal prefetto di Frosinone e il correlativo avviso di lasciare il territorio nazionale, firmato dal questore, entrambi notificati il 18 marzo 2016. Il giudice di pace di Frosinone, tuttavia, rigetta la domanda, ritenendo legittimo il provvedimento «essendo il ricorrente sfornito di permesso di soggiorno ed altresì persona pericolosa per l'ordine e la sicurezza pubblica».

Lo straniero non ci sta e presenta un nuovo ricorso che viene discusso davanti alla Corte di Cassazione. Il ricorso si basa principalmente su un assunto: la mancata comunicazione della fissazione dell'udienza davanti al giudice di pace. Lo stesso eccepiva anche il fatto che il giudice non si era pronunciato «sulla invalidità del decreto di espulsione derivante sia dalla richiesta di protezione internazionale sia dalla valutazione della sussistenza di motivi di carattere umanitario o derivanti da obblighi internazionali effettuata dal prefetto, essendo quest'ultimo incompetente in merito». Contestati altri omessi esami di fatti ritenuti decisivi per la soluzione della controversia. La Cassazione ha accolto il ricorso perché il giudice «doveva rispettare il principio», ribadito in un'altra pronuncia della Cassazione, secondo il quale «il destinatario del provvedimento di accompagnamento alla frontiera ha dunque diritto di essere "tempestivamente informato" dell'udienza di convalida e ha diritto, altresì, di farsi assistere all'udienza da un difensore di fiducia».

La comunicazione dei provvedimenti su cui verterà la discussione, in sostanza, «deve necessariamente precedere l'udienza e non può essere data nel corso di essa». Ora il ricorso ritorna nuovamente al giudice di pace, in persona di un diverso magistrato.