Non si è trattato di una rissa. La polizia starebbe seguendo la pista della spedizione punitiva mentre sarebbero stati identificati alcuni dei ragazzi che hanno messo in scena una violenza cieca che, mercoledì, ha sconvolto la città. Per loro, l'accusa sarebbe pesante: tentato omicidio. Ma sono irreperibili. Tutti e dieci-dodici: questo sarebbe, secondo i racconti sul posto, il numero degli egiziani arrivati a bordo di due auto e scesi in un vicolo tra viale Bonomi e via Virgilio per pestare a sangue i connazionali.

«Nel cofano di una Golf e di un'Audi c'erano le armi»: lo dichiarano alcuni testimoni, ancora sotto choc, nell'imminenza dei fatti. Lo dichiarano quasi inconsciamente, sull'onda dell'accaduto, davanti a molti dei presenti ancora ammutoliti da sequenze orrende. Gli inquirenti cercano le due macchine, le armi, i tanti giovani scappati dopo l'aggressione. Forse, uno di loro si è anche ferito.

Il commando armato ha mandato quattro egiziani in ospedale. Tre sono arrivati al Santa Scolastica in codice giallo mentre un ventitreenne viene trasferito all'Umberto I di Roma in codice rosso. Troppo forti quei colpi alla testa, verosimilmente con spranghe di ferro, e troppo seri i traumi multipli riportati. Le sue condizioni restano stabili ma la prognosi è ancora riservata.

La sequenza

Sono le 11 e in un ritaglio urbano fatto di asfalto e palazzi, a pochi minuti a piedi dalla stazione ferroviaria, succede di tutto. L'avvisaglia dello scontro è nell'aria. «Erano arrivati la mattina - raccontano - e avevano trovato il portone chiuso». Quattro migranti si trovano al piano terra di una palazzina. Assomiglia più a un garage adibito ad abitazione e all'interno ci sono giovani che hanno ancora fresca la "ferita" di quel loro connazionale trasferito a Roma in codice rosso e con 15 punti in testa per gli scontri di qualche giorno prima, nella centralissima via Leonardo da Vinci diventata il ring per una quindicina di egiziani che si picchiano.

Mercoledì mattina sembra andare in scena il secondo round ma stavolta, appare più verosimile che si tratti di una spedizione punitiva, di una aggressione in piena regola. Grida e inviti a uscire. Ma i ragazzi non ci pensano proprio. Più tardi tornano di nuovo. E li trovano lì fuori. Inizia l'aggressione. «Nei cofani avevano tante armi», dice un loro amico, e parla di spranghe, coltelli, bastoni e finanche una pistola. Arriva il parente di uno dei coinvolti e riceve un colpo in testa. È uno dei due rimasti sull'asfalto all'arrivo della polizia. Gli agenti del Commissariato guidato dal dottor Alessandro Tocco salvano la situazione. Le auto si dileguano e subito si mette in moto la macchina dei soccorsi. L'area viene transennata e i vigili urbani iniziano a gestire una circolazione paralizzata.

Si dirottano sul posto pure i carabinieri che supportano ogni operazione. I ragazzi, anche quelli feriti ma in maniera più lieve, si lasciano andare a racconti dell'accaduto mentre la gente, a ogni angolo, guarda e ascolta. Un brivido percorre la schiena di molti. Botte ma anche una rapina. Uno dei ragazzi è steso a terra sanguinante. E un aggressore gli fruga nelle tasche - pare - prendendogli il cellulare e i soldi.

Le piste al vaglio

«Volevano aprire un autolavaggio qui, verso Cervaro. E quelli non volevano», riferisce un altro straniero. Chi sono quelli? E che cosa c'è dietro? Le indagini e i controlli del Commissariato non si fermano e faranno luce sull'accaduto. Nel mirino ci sono gli affari degli egiziani, soprattutto nel delicato settore degli autolavaggi. Ce ne sono ovunque, tra Cassino, Cervaro e zone limitrofe. E la pista, di una indagine delicatissima, potrebbe essere proprio quella del controllo della zona, un tentativo di monopolio che mette all'indice chi non si adegua.

 

 Il racconto di un connazionale: «Erano stati minacciati di morte»

Chiamate minatorie prima del commando armato. «Hanno telefonato pure a me», racconta uno degli egiziani, in un italiano stentato. Racconta la sua esperienza e si capisce che dietro quelle parole, ricevute dritte nel- l'orecchio, c'era un avvertimento. Un altro amico gli fa eco: «Prima di tutto questo, i ragazzi feriti erano stati minacciati di morte».

Anche loro avevano ricevuto dei segnali chiari, inequivocabili su quegli affari che dovevano abbandonare o cedere. Su quel mondo che, probabilmente, non gli apparteneva. Fatto di regole, evidentemente, dettate da altri. Ma perché? Qual è il business legato al settore? E chi lo gestisce? Domande che si pongono, in massa, i cittadini di Cassino. Da quando è esplosa la violenza non si parla d'altro. Il grido della città è d'allarme. E di paura.