Un fenomeno in espansione. Che va tenuto sotto stretta osservazione. Che può sfociare anche in gesti estremi. Ed è per questo motivo che la questura di Frosinone ha deciso di intraprendere un viaggio informativo all'interno delle scuole; una sorta di lezione il cui fine è la prevenzione.

Diversi i casi finiti al centro di una complessa attività d'indagine portata avanti dagli investigatori della polizia di Stato. Sotto la lente: comportamenti di bullismo e di cyberbullismo commessi da studenti.

«Piccoli fatti di bullismo – spiega Cristina Pagliarosi, direttore tecnico capo psicologo della questura di Frosinone - si registrano quotidianamente. Quello che ho avuto modo di rilevare è che nei ragazzi, spesso, non c'è neanche la consapevolezza che tali comportamenti possano costituire reato. A volte, quello che fanno lo riconducono solo ad atteggiamenti adolescenziali. C'è, invece, bisogno di tradurre giuridicamente tali azioni per far comprendere loro che le stesse hanno una rilevanza in termini di violazione della legge. Bisogna, inoltre, fare attenzione al modo in cui cresciamo i figli. Fino a 15 anni fa era plausibile che il bullo fosse vittima di aggressività perpetrata nei suoi confronti da parte di qualche familiare. Oggi, invece, non ha più senso dare per scontato che chi si comporta così sia vittima in altri contesti. Quello che fa da substrato al disagio giovanile, ai giorni nostri, è la noia. I ragazzi, purtroppo, sentono il bisogno di strutturare il loro tempo anche facendo danno, perché riescono a rivestire un ruolo da protagonisti. La noia fa da sfondo a tante manifestazioni di disagio, come appunto il bullismo e il cyberbullismo. Uno dei punti focali è che, spesse volte, i genitori non si rendono conto della gravità del problema. E tutto ciò comporta il protrarsi nel tempo di tali atteggiamenti. Il fenomeno coinvolge tutti gli strati della società: dal figlio del delinquente che, essendo vissuto in un dato contesto, si comporta in maniera aggressiva, come se fosse una cosa naturale, a ragazzi di famiglie benestanti che, essendo cresciuti nell'iperprotezionismo, pensano di potersi concedere tutto. Quando colpiscono lo fanno sia in modo fisico, sia attraverso pressioni psicologiche sui più deboli. Ciò che fa la differenza è il comportamento del gruppo. Gli adolescenti, infatti, a volte ridono quando vedono qualcuno in difficoltà, rafforzando la convinzione di chi esercita azioni di bullismo. Se, invece, il gruppo si mostra ostile verso certi comportamenti, allora c'è la possibilità che chi prevarica i coetanei non si senta più legittimato a farsi grande. La dinamica è questa: se un ragazzo non si sente potente e spalleggiato, allora cambia comportamento. Tutto ruota pure attorno ai genitori che, purtroppo, dimenticano di svolgere il proprio ruolo, non rendendosi neanche conto che i loro figli rischiano di finire nei guai. L'invito che rivolgiamo loro non è quello di rimproverare gli adolescenti ma di insegnare rispetto per gli altri. I ragazzi, oggi, hanno tantissimo in termini materiali e troppo poco in quelli relazionali: questo senso di vuoto li disorienta e li induce a comportamenti errati. Occorre una netta inversione di tendenza».