E' trascorso un mese da quella maledetta notte tra venerdì 24 e sabato 25 marzo scorsi, quando a piazza Regina Margherita, all'uscita dal Miro Music Club, il 20enne Emanuele Morganti fu assalito da un gruppo di persone inferocite. Un branco che infierì su di lui con una violenza inaudita, colpendolo a più riprese, in tre diverse aggressioni, ogni volta in punti differenti di piazza Regina, con vari strumenti ma con veemenza crescente, fino a causarne la morte con un colpo fatale sferratogli con un'arma che non è ancora stata trovata. Un pestaggio apparentemente nato per futili motivi - un cocktail conteso al bancone del locale con un altro giovane dapprima scambiato per albanese ma poi individuato in Domenico Paniccia di Frosinone - ma in realtà causato da motivi che, come l'arma, ancora non sono stati trovati. 

Condizioni cliniche disperate

Emanuele apparve subito in condizioni gravissime, tanto che i sanitari del 118 dopo un primo passaggio all'ospedale di Alatri optarono per il trasferimento al Policlinico Umberto I di Roma in eliambulanza. Qui il 20enne di Tecchiena fu sottoposto a diversi e lunghi interventi chirurgici per cercare di bloccare la devastante emorragia cerebrale provocatagli dal colpo finale, inferto da chi ancora non è stato stabilito dai magistrati. Quella del ragazzo fu una vera agonia, terminata alle 21 di domenica 26, quando i medici dell'Umberto I ne decretarono la morte cerebrale staccando i macchinari che ancora lo tenevano in vita artificialmente. La famiglia autorizzò la donazione degli organi, poi vanificata dai tempi lunghi dell'inchiesta e dell'autopsia. 

Sulle tracce degli assassini

Fin dalle prime ore successive al massacro di piazza Regina, investigatori e inquirenti si misero sulle tracce dei potenziali assassini di Emanuele. Indagini complesse e delicate, rese ancora più difficili da una certa, e inaspettata, omertà riscontrata negli oltre cento testimoni ascoltati. "Purtroppo - dirà il Procuratore De Falco - molti racconti sono lacunosi, altri contraddittori, altri, ancora, confusi per via della concitazione di quei drammatici momenti, altri, invece, palesemente falsi". Tuttavia, già nella notte tra lunedì 28 e martedì 29 marzo i magistrati diedero ordine ai carabinieri della Compagnia di Alatri di fermare due dei partecipanti alla rissa: Mario Castagnacci, 27 anni di Alatri, e il "fratellastro" Paolo Palmisani, 25 anni pure lui di Alatri. Entrambi si nascondevano in una zona periferica di Roma, a casa di una zia. Tutti e due con l'intento di sfuggire alla giustizia, ma anche alle "spedizioni punitive" che amici e parenti di Emanuele giuravano di voler organizzare per fare giustizia dell'accaduto. Castagnacci e Palmisani sono ancora in carcere, a Regina Coeli, mentre nella casa circondariale di Frosinone si trova, anche se da meno tempo, il giovane Michel Fortuna, residente a Frosinone nella zona del Casermone, pure lui protagonista del pestaggio mortale. Per tutti e tre il fermo, poi trasformato dal giudice in arresto, l'accusa è di omicidio volontario aggravato per la morte di Emanuele Morganti. 

Tre arresti, otto indagati

L'attività incessante degli inquirenti ha poi portato all'iscrizione nel registro degli indagati, sempre per omicidio volontario aggravato, di altre quattro persone: Franco Castagnacci, 50 anni di Alatri (sposatosi proprio oggi con rito civile nel palazzo comunale di Alatri), padre di Mario, e i quattro buttafuori del locale: Manuel Capocetta, Pjetri Xemnal, Michael Ciotoli e Damiano Bruni. Ma le indagini non si sono fermate ai 3 arrestati e agli altri 5 indagati: più volte i magistrati, con in testa il procuratore De Falco e con l'ausilio degli uomini dei Ris, hanno ispezionato il Miro Music Club e il luogo dell'omicidio alla ricerca di tracce biologiche che possano poi portare ad una comparazione del Dna, come anche di elementi utili a definire in modo inequivocabile cosa avvenne veramente quella sera, quali responsabilità nella morte di Emanuele hanno avuto i vari personaggi finora finiti nell'inchiesta. E poi il movente: un tentativo, come detto dalla Procura nella fase iniziale delle indagini, di imporre il proprio predominio territoriale, una vendetta per un precedente sgarro, uno scambio di persona, o - ipotesi assai poco plausibile - un diverbio banale poi sfociato nel sangue. Senza dimenticare l'arma, ancora da trovare. 

Tensione in città

Intanto, l'omicidio di Emanuele ha lasciato strascichi pesanti anche nello stato d'animo della popolazione, che oggi come mai in passato avverte un forte senso di insicurezza, specie i più giovani che frequentano molto meno il centro di Alatri nelle ore serali. Tensioni ci sono state anche fra gruppi di Tecchiena, dove Emanuele risiedeva a Montereo, e gruppi di Alatri centro, dove il 20enne è stato assassinato. Un clima teso che in parte ancora si respira, seppure in modo fortunatamente più blando. La gente, comunque, continua a chiedere chiarezza e giustizia per Emanuele: su Internet è partita una petizione popolare da portare sul tavolo del ministro della Giustizia Orlando. Il primo maggio, invece, un folto gruppo di persone, su iniziativa di una pagina Facebook, si ritroverà al cimitero di Frosinone davanti alla tomba del ragazzo, sepolto nella città originaria della madre Lucia Pica. Perché Emanuele abbia giustizia, perché il suo caso (di cui si sono occupati tutti i più grandi media locali e nazionali) non venga dimenticato, perché Emanuele viva per sempre nei cuori di tutti.