Non c'è dubbio. A pesare nella decisione dei giudici della Corte d'Appello di Roma che hanno ritenuto le attenuanti equivalenti alle aggravanti, per il delitto di Gilberta Palleschi, sono state le perizie. Dalle motivazioni della sentenza di secondo grado nei confronti di Antonio Palleschi - condannato in primo grado all'ergastolo e in secondo a 20 anni di reclusione per la morte della stimata professoressa di Sora (scomparsa il 1° novembre del 2014 e ritrovata 40 giorni dopo in una cava di Campoli Appennino) vengono messi in secondo piano tutti gli altri aspetti che hanno accompagnato l'atroce delitto: a prevalere - in un calcolo quasi aritmetico - sono stati i benefici di pena legati alla scelta del rito e soprattutto quanto riportato nella perizia psichiatrica. «Non è difficile notare come in sostanza Meluzzi finisca per aderire al complesso delle osservazioni del perito che critica soltanto, per così dire - si legge nelle motivazioni - nella parte dispositiva». I giudici capitolini hanno dunque accolto i motivi d'appello della difesa dell'imputato, assistito dall'avvocato Antonio De Cristofano. E in 11 punti hanno spiegato le ragioni della scelta, quella dei vent'anni di reclusione, che ha fortemente scosso la famiglia di Gilberta, rappresentata dall'avvocato Massimiliano Contucci che ha sin da subito annunciato ricorso per chiedere l'annullamento della sentenza stessa.

L'ossessione di Palleschi

Antonio Palleschi, che sta scontando la pena dell'atroce delitto in carcere a Cassino - e nei confronti del quale èstata disposta la
permanenza in una Rems negli ultimi 36 mesi di reclusione - è «ossessionato dal corpo femminile e dà libero sfogo ai propri istinti pur nella consapevolezza della loro aberrazione sul piano morale e sociale» scrivono i giudici. Secondo quanto sostenuto dal professor Meluzzi, consulente di parte civile, Palleschi è capace di intendere e volere ma (come riportato nella perizia) «non possiede il normale controllo comportamentale che la maggior parte delle persone presenta» e questo non solo perchè il soggetto risulti affetto da un danno cerebrale permanente legato ad un incidente avvenuto nel 1995. Il professor Ferracuti, consulente della difesa della vittima, mette in relazione due dati: «il danno celebrale e un'esistente anomalia genetica». La lesione al cervello avrebbe acuito ma non provocato (e a testimoniarlo restano i casi di aggressione registrati in danno di tre donne precedenti al delitto) «un istinto belluino e predatorio» come scrisse il giudice Lanna.