Un circuito familiare in cui si respira un clima di violenza. Un elemento su tutti che rende questo caso di cronaca così morbosamente mediatico: la possibilità per chiunque di trovarsi nella condizione di Emanuele, in un locale, di sera, dove gira "certa gente". E poi la denuncia di un'omertà che, seppur dettata dalla paura di diventare il prossimo bersaglio dei killer, non giustifica il comportamento di chi non dice.

Ne è convinta la criminologa e psicologa forense, Roberta Bruzzone, alla quale abbiamo rivolto alcune domande, a cominciare dai due fermati per l'omicidio. Mario Castagnacci, "il freddo" con il mito di Romanzo Criminale che si vanta di aver dormito in carcere. Cosa raccontano questi dettagli?
«Di una personalità organizzata intorno a un profilo psicopatico, un soggetto che nella sua ha vita ha scelto l'utilizzo della violenza per affermare se stesso, senza esitazione e senza il minimo senso di colpa. Che approfitta di qualunque condizione soprattutto quando i rischi che corre sono ridotti a zero».

L'altro, Paolo Palmisani, posta sul profilo Facebook una foto con la pistola in mano: una volontà di affermazione violenta?
«Assolutamente sì. Mi sembra molto chiaro che queste due persone abbiano un'uniformità di vedute sotto il profilo dei valori di una cultura criminale».

Il particolare della parentela aggiunge un elemento "familiare"a questo omicidio?
«Possiamo legittimamente immaginare che in quel circuito familiare, anche se allargato, si respiri un clima di violenza. Dalle mie parti si dice che gli alberi li riconosci dai frutti. E se questi sono i frutti, è lecito ipotizzare che sia l'albero avvelenato».

Quali sono gli elementi che rendono l'omicidio così mediaticamente interessante?
«L'elemento tragicamente intrigante dal punto di vista mediatico è la possibilità per ciascuno di noi di trovarsi in una condizione analoga a quella di Emanuele, vittima di un'aggressione condotta per il gusto di superare la noia di una serata. Chiunque va in un locale, frequentato da soggetti di questo tipo, corre dei rischi. L'altro elemento che ha destato una legittima reazione dell'opinione pubblica è che la maggior parte, eccetto pochissimi, non si sono adoperati per sottrarre questo ragazzo a quel branco di bestie. La reazione di chi c'era e ha taciuto è l'aspetto più inquietante».

Come spiega questo atteggiamento? L'omertà può essere letta anche come accettazione della prepotenza di altri?
«Credo sia una miscela di entrambi gli ingredienti. Molto ha giocato il fatto che i due fratelli, ma non solo loro, fossero ben conosciuti nella zona e che quindi i presenti si sono ben guardati dall'intervenire perché temevano di diventare, a loro volta, bersaglio di questi soggetti. Ma la paura non può diventare un'attenuante per non agire nel giusto».

Secondo lei potrebbe esserci una "violenza di ritorno"?
«Assolutamente sì. Il rischio, territorialmente parlando, c'è. Alatri ha subito una ferita difficilmente rimarginabile E il fatto che i media abbiano dato giustamente risalto alla sconvolgente indifferenza della gente che era presente può generare dei meccanismi ritorsivi anche molto violenti».

Quali tasselli mancano a questo puzzle criminale?
«Bisogna identificare tutti coloro che a vario titolo hanno partecipato al pestaggio. Sicuramente idue fratelli sono i protagonisti principali ma, da una serie di testimonianze emerse in questi giorni, mi pare di capire che certamente non sono gli unici: si parla, almeno, di una ventina di persone che hanno partecipato all'aggressione di Emanuele. E a mio modo di vedere dovrebbero rispondere tutti dello stesso capo d'imputazione: omicidio volontario».

C'è la possibilità che lei possa avere una consulenza in questo omicidio?
«Mai dire mai. Certamente l'unica che sarei disposta a considerare è quella per i familiari della vittima. Soltanto per loro».