Emanuele è morto ma la scia di rabbia e di tensione non si spegne. Anzi, aumenta. Lo si percepisce dai discorsi di Chiara, Martina, Massimiliano e Luca che, se da un lato non vogliono sentir parlare di rivalità tra quartieri, dall'altra dicono che non possono partecipare alla marcia silenziosa di Alatri perché «è in quella maledetta piazza che ce lo hanno portato via».

Loro c'erano, invece, alla fiaccolata di Tecchiena, con le magliette e lo striscione a ricordare un amico, sulle note di Vasco Rossi e in un silenzio di rispetto e di dolore per la famiglia Morganti. Ma la loro, nei confronti di Mario Castagnacci e Paolo Palmisani, è già una condanna senza appello: «Tutti qui li conoscono. Se non fossero stati al Miro quella sera, probabilmente avrebbero distrutto la vita a qualcun altro, da un'altra parte».

Il comune sentire dice, però, che insieme a Mario e a Paolo per la morte di Emanuele devono pagare in tanti: quelli che, annebbiati dall'alcol e forse anche dalla droga, hanno dato pugni e schiaffi senza sapere. Quelli che hanno assistito alla mattanza e hanno preferito tenere la bocca chiusa. Quelli che, costretti a sedersi davanti al giudice e ai carabinieri, hanno detto. Ma non tutto. «Emanuele è morto per colpa di tutta questa gente. Così non avremo mai giustizia».

Il clima di tensione si taglia ancora con il coltello. Ad Alatri, ma anche a Tecchiena. La paura è tra quanti, in qualche modo, sono accostabili ai nomi di Castagnacci e Palmisani. Temono ritorsioni, una violenza di ritorno. Qualcuno ha preferito andarsene: i familiari di Paolo sono stati minacciati e suo fratello, temendo per la famiglia, l'ha portata via da Alatri. Persino gli avvocati rischiano di doversi trovare un legale per difendersi da chi, entrato nello studio, lo dice chiaramente: «Non ti azzardare a difendere quei bastardi».

La pressione è alta, la voglia di vendetta è infinita. Quando parliamo con gli amici di Emanuele abbiamo la sensazione che vogliano dirci ancora di più di quanto i loro occhi e il loro odio riescano a trasmettere. Ci raccontano che «anche Domenico, il ragazzo con cui Emanuele ha avuto una discussione ma che non ha preso parte al pestaggio, dava fastidio a tutti. Era dentro al locale, ballava e rideva. E così anche Paolo. Quando siamo arrivati era già troppo tardi: Emanuele, per terra, non aveva più la maglietta, gli era stata strappata a calci e pugni. Non si riconosceva più in faccia».

Com'è possibile tutto questo? I ragazzi dicono che la causa è soprattutto la droga. Ad Alatri ne gira tanta. «Quando fumi il crack dalla mattina alla sera il cervello non ce l'hai più. Sangue chiama sangue. Quello che sta succedendo nel nostro paese è assurdo». Luca è seduto in un angolo. Non piange: di lacrime non ne ha più. «Lo conoscevo da una vita, Emanuele, stavamo spesso insieme. Sabato saremmo dovuti andare a pesca a Roccasecca. Era diventata quasi un'abitudine. L'ultima volta io ho pescato 24 trote: Emanuele mi ha detto che avrebbe fatto di meglio».