C'è qualcosa che non torna, in questa storia di lacrime e sangue. Per la Procura chi ha ucciso è ormai chiaro. I dubbi sono sul perché. E anche se Mario Castagnacci e Paolo Palmisani sono ormai rinchiusi nel carcere romano di Regina Coeli, con la pesante accusa di omicidio volontario aggravato dai futili motivi, ci sono ancora buchi che vanno colmati. Tanto che gli uomini dell'Arma, nel più stretto riserbo istruttorio, stanno lavorando a spron battuto. Così come la magistratura che, anche se ormai non rilascia dichiarazioni, spedisce avvisi di garanzia a raffica. A chi, da persona informata sui fatti, si ritrova ora indagato. Ormai è ufficiale: nel mirino dei magistrati è finito anche Franco Castagnacci, papà di Mario, e gli addetti al servizio di sicurezza, coinvolti solamente per rissa e false informazioni al pubblico ministero. L'inchiesta sulla morte di Emanuele Morganti appare sempre più come una sorta di puzzle, le cui tessere ancora non sono tutte al loro posto.

Ecco cosa è successo quella notte, secondo quanto riportato nell'ordinanza di fermo dei due ragazzi. Tutto inizia quando Emanuele e la sua ragazza, Ketty Lisi, si avvicinano al bancone del "Miro Music Club" per prendere quattro tequile. I due fidanzati, mentre aspettavano di essere serviti, vedono avvicinarsi un altro avventore, un certo Domenico Paniccia, che pretende di essere servito immediatamente e che sgomita con Emanuele per guadagnarsi il bancone. Tra i due nasce un diverbio che sfocia in uno scambio di spintoni e strattoni, durante i quali Paniccia colpisce Morganti con un portatovaglioli. È a quel punto che gli addetti al servizio di sicurezza - Manuel Capoccetta, Michael Ciotoli, Damiano Bruni e Xhemal Pjetri - allontanano il ventenne dal locale. Dal Miro esce una calca di gente. In testa c'è Emanuele, portato di peso, con la maglia strappata e già con un po' di sangue che gli esce dalla bocca. Lo stesso chiede ai buttafuori perché allontanino lui, che non stava dando fastidio. E mentre parla con Marco Morganti, suo cugino, Paolo Palmisani lo colpisce con uno schiaffo in faccia. Subito dopo Franco Castagnacci, padre di Mario, gliene sferra un altro. Il ragazzo, quindi, scappa verso la parte alta della piazza, inseguito da Palmisani, armato di una chiave tubolare del tipo usato per smontare i bulloni delle ruote, da Mario e Franco Castagnacci e da un membro della sicurezza del locale.

Poi, all'altezza degli uffici del giudice di pace, viene raggiunto da Paolo Palmisani e da Castagnacci figlio. I due prendono a pugni sulla testa la loro vittima. «L'ultimo pugno sferratogli da Mario Castagnacci - evidenzia il pm Stefano Rocco Fava - abbatteva letteralmente Emanuele che, privo di conoscenza, crollava al suolo sbattendo violentemente la testa contro la parte dove la portiera posteriore lato guida combacia con il telaio di una non meglio indicata Skoda di colore blu. Nonostante il ragazzo fosse a terra privo di conoscenza, l'aggressione continuava e i suoi amici Marco Morganti, Gianmarco Ceccani, Lorenzo Fanella e Riccardo Milani cercavano di soccorrerlo e difenderlo dai colpi facendogli scudo con le proprie persone».

Ma la nuda cronaca di quanto accaduto non convince del tutto. Ed anche se dalle strette maglie del riserbo istruttorio non trapela molto, di certo c'è che l'inchiesta è ancora ai suoi primi vagiti. Ombre e sospetti si susseguono ora dopo ora. Ed è per questo che gli inquirenti continuano a scavare nella vita delle persone coinvolte nella vicenda. La magistratura, prima di chiudere definitivamente l'inchiesta, vuole appurare in via definitiva se tutto sia veramente legato a una banale lite, oppure se c'è qualcosa che va indagato fino in fondo.