Calci e pugni al corpo e, da ultimo, con una mazza di ferro sferrata nella parte posteriore alla testa. È morto così Emanuele Morganti. Anche se sono ancora molte le ombre che avvolgono il movente di un'aggressione, davvero bestiale, che si sarebbe svolta in tre fasi e con diversa intensità. È stato il procuratore capo di Frosinone Giuseppe De Falco, nel corso di una conferenza stampa svoltasi ieri, a ricostruire quanto è accaduto la notte di sabato ad Alatri.

«La vicenda - ha spiegato - è di una gravità spaventosa, perché per una lite per una bevanda si è arrivati alla morte di un ragazzo innocente e per bene. Tra Emanuele e un altro giovane, che confermo non essere albanese, è sorto un diverbio all'interno del locale per un motivo banale per chi doveva prendere quella consumazione. Tutto è poi degenerato per lo stato di alterazione dovuto all'alcol. Non di Emanuele, che è stato mandato via dai buttafuori, ma dell'altro, che è rimasto invece all'interno. Una volta all'esterno del locale (il Mirò Music Club di piazza Regina Margherita, nel centro storico di Alatri, ndr) e in posti diversi - ha proseguito - ci sono state più aggressioni, da parte di alcune persone, con modalità diverse ed intensità diverse. Dopo la prima, il giovane ha cercato di allontanarsi ed è stato seguito - ha aggiunto il procuratore -. Poi è ritornato per prendere la ragazza ed è stato nuovamente aggredito da parte di diverse persone, che sono in corso di identificazione. L'episodio letale è stato il terzo, l'ultimo, perché ha determinato lesioni al cranio e, quindi, la morte».

La via Crucis e l'oltraggio

La via crucis di Emanuele, che era andato al Mirò insieme alla fidanzata, è durata ben 15 minuti. Quindici minuti di orrore, in cui il branco, stando ad alcune indiscrezioni, si è accanito con furia cieca sul corpo ormai quasi senza vita del 20enne. Pur vedendolo agonizzante, gli abiti strappati, il viso e il corpo coperti di sangue, in preda a spasmi convulsivi, gli aggressori hanno continuato a picchiarlo, gli hanno sputato addosso, hanno trascinato il corpo lungo la piazza quasi fosse un trofeo di caccia. Fino a quei colpi finali che gli hanno sfondato il cranio provocandone poi la morte, sopraggiunta alle 21 di domenica al Policlinico Umberto Primo di Roma. Quindici minuti in cui Emanuele ha cercato di sottrarsi alla violenza del branco, in ciò difeso solo da pochi amici, mentre le altre decine di persone che erano nel locale nulla hanno fatto per aiutarlo. C'è riuscito una prima volta, a scappare, trovando riparo su un lato della fontana che è al centro di piazza Regina, proprio di fronte al Mirò. E anche la seconda, quando si è allontanato verso la vicina Piazza Santa Maria Maggiore, i vestiti lacerati, rivoli di sangue che gli colavano dalla bocca, insieme ad un amico che gli chiedeva cosa fosse accaduto. Non c'è riuscito la terza, quando, di nuovo raggiunto dalle belve, è caduto definitivamente sotto i feroci colpi alla testa. 

Secondo De Falco per uccidere il ventenne sono stati usati un manganello e un tubo di ferro. «Ma non sono stati rinvenuti. Nonostante indizi concreti sui due fermati, c'è ancora molto da investigare - ha precisato. Abbiamo sentito una decina di persone e le versioni sono contrastanti, stiamo ricostruendo tutto per capire chi è stato coinvolto nelle aggressioni. La non integrale congruenza e chiarezza delle dichiarazioni ha aggiunto - può essere determinata in alcuni limitati casi da motivazioni riconducibili a reticenza o addirittura omertà, in altri casi magari dalla suggestione e dalla confusione, che comprensibilmente possono aver determinato dei ricordi e dei racconti non del tutto attendibili». Ha fatto anche notare che «le due persone fermate gravitano in ambienti delinquenziali e, pertanto, non escludiamo che abbiano inteso affermare una propria capacità di controllo del territorio». Il procuratore ha infine evidenziato che il Miro è stato sequestrato e che sarà sottoposto ad accertamenti. «Locali del genere rischiano di ospitare un numero altissimo di persone e questa è una circostanza di per sé pericolosa».