Non solo telefoni e prostituzione. Dal carcere, secondo le accuse raccolte nell'inchiesta sui cellulari e la droga che entravano nel carcere, si progettava anche di narcotizzare i clienti per derubarli. È quanto emerge in una conversazione telefonica, intercettata dai carabinieri del Reparto operativo-Nucleo investigativo di Frosinone. È il 15 settembre scorso. L'albanese Gojart Leba, uno dei detenuti nei cui confronti il gip ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare in carcere (gli altri sono Domenico Coppola, Andi Agalliu e David Marian Surdu, mentre l'agente della penitenziaria Rinaldo Neccia è finito ai domiciliari), parla con la sorella che si prostituisce. Parlano di un cliente, molto facoltoso, che ha 20.000 euro in contanti.

«Gojart - scrive il gip Francesco Mancini nell'ordinanza - suggerisce di mettere "qualcosa" nella bottiglia, richiuderla ed aprirla quanto arriva il cliente in argomento, farlo bere ed aspettare che si addormenti per rubare tutti i soldi che il predetto custodisce in un cassetto». Il giorno seguente il de- tenuto raccomanda di non versare più di 40 gocce nel bicchiere di vino del cliente che deve derubare. I due discutono se è più conveniente mettere il sonnifero nel bicchiere o diretta- mente nella bottiglia, tanto che la ragazza è convinta che l'uomo la berrà tutta. «Gojart quindi - scrive il gip - consiglia di metterlo nella bottiglia ed utilizzare per tale scopo una siringa da infilare nel tappo».

Ma qualcosa sembra non andare nel verso giusto: il cliente non risponde più al telefono. A quel punto Gojart propone di tenere la bottiglia ben chiusa, in modo che non perda le caratteristiche narcotizzanti. «Consiglia ancora - si legge nell'ordinanza - di recarsi in locali pubblici, adescare clienti, farli addormentare e frugare nelle loro tasche per rubarne il contenuto».

Ma l'operazione, in base a quanto acquisito, non si concretizza. L'albanese, stando agli elementi raccolti dai carabinieri diretti dal tenente colonnello Andrea Gavazzi e dal capitano Antonio Lombardi, nonostante fosse in cella, a Frosinone, continuava a gestire tranquillamente il mercato della prostituzione. Impartiva direttive su come trattare con i clienti, sulle tariffe al punto da chiedere alla ragazza di lasciare aperto il telefono durante un rapporto. Anche se, subito dopo, Leba si lamenta di non aver sentito nulla. L'uomo curava anche le inserzioni su un sito online di incontri.