Non è stata soltanto un'evasione clamorosa. La fuga di due detenuti dal padiglione di Alta sicurezza del carcere di Frosinone è il sintomo evidente di un sistema al collasso che non ha più al proprio interno gli anticorpi per reagire. Gli arresti di ieri mattina sono un'ulteriore conferma della malattia che affligge il sistema penitenziario, e le indagini condotte dal sostituto procuratore Adolfo Coletta sull'evasione di Alessandro Menditti e Ilirijan Bioce promettono di riservare altri clamorosi risvolti.

Non ci sono conferme ufficiali, ma gli investigatori incaricati di ricostruire la dinamica dell'evasione avvenuta nella notte tra venerdì e sabato scorsi avrebbero già messo in fila una serie di elementi finora inediti, che promettono di accostare l'evento alla sceneggiatura di un film d'azione. La grata della cella in cui erano ospitati i due protagonisti dell'evasione non sarebbe stata smurata, come era stato riferito, ma le sbarre sarebbero state invece tagliate con la fiamma ossidrica.

Una tesi che sembra folle, perché ambientata nella sezione di alta sicurezza di un carcere, ma che pare invece corrisponda al vero. Una cella trasformata nell'officina di un fabbro? Proprio così. E chi avrebbe fornito a Menditti e Boce l'occorrente per portare a termine un piano così azzardato? E' la parte migliore della storia che sta per venir fuori dalle indagini affidate alla stessa Polizia penitenziaria: nei giorni precedenti l'evasione, per ben tre volte e in momenti diversi, ma sempre durante la notte, quattro persone, presumibilmente componenti di una banda di stranieri, si sarebbero introdotte dall'esterno nel carcere di Frosinone per portare ogni volta tre bombole di gas da 3 o 5 litri ciascuna, un cannello per la fiamma ossidrica e 20 metri di tubo ad alta resistenza. Gli stessi sconosciuti che si sarebbero introdotti nel penitenziario, sapevano dove poggiare quegli strumenti, e rimanevano appartati fino a quando le bombole ormai vuote, insieme al tubo e al cannello del gas, non gli venivano restituiti. Dopodiché riprendevano il largo passando da dove erano venuti. Questo movimento sarebbe avvenuto almeno tre volte, il tempo necessario per consentire a Menditti e Boce di portare a termine il lavoro di «taglio» delle sbarre della loro cella.

Il resto è cronaca già raccontata. Una volta eliminato l'ostacolo della grata i due detenuti si sarebbero infilati nell'intercapedine della cella e da lì avrebbero raggiunto il tetto dell'edificio, da dove si sono calati con una corda. Una volta a terra, i due avrebbero raggiunto la recinzione del penitenziario, dove era sistemata una scala piazzata dai complici e grazie alla quale hanno potuto scavalcare anche l'ultimo ostacolo verso la libertà.

Il materiale adoperato per aprire la via di fuga, bombole e accessori, sarebbe stato ritrovato e sequestrato, insieme alla corda utilizzata per calarsi dal tetto e alla scala provvidenzialmente trovata appoggiata alla recinzione del carcere.

Se questa ricostruzione dovesse trovare puntuale conferma dalle indagini in corso, per la Procura si porrà il problema di dover affrontare il nodo di una logistica tanto sofisticata quanto addentro al sistema penitenziario. In ballo non c'è soltanto un'ipotetica alleanza tra mafia albanese e camorra, ma anche la connessione tra tutte e due e qualche talpa interna al carcere che ha permesso di preparare l'evasione più clamorosa degli ultimi anni.