Sono emersi particolari inquietanti dall'indagine che ieri ha fatto finire nei guai undici persone, fra cui un agente della polizia penitenziaria del carcere di Frosinone, accusati di introdurre illegalmente nella struttura di via Cerreto telefonini che poi venivano usati per i più svariati usi. Fra loro, oltre all'assistente capo, detenuti che usufruivano dell'illecito traffico. Ecco una delle storie evidenziate dal fascicolo di inchiesta.

Dal carcere dava istruzioni. Su come gestire i rapporti con i clienti, sulla necessità di ridurre i tempi delle prestazioni sessuali, ma soprattutto sui soldi incassati che, grazie all'iPhone, gli venivano accreditati direttamente sulla poste pay. Dalla sua cella nella casa circondariale di via Cerreto, Goyart Leba, albanese di 35 anni, si comportava come fosse ancora libero. È quanto hanno accertato i carabinieri del Reparto operativo - Nucleo investigativo nel corso delle indagini finalizzate a stroncare un giro illecito per introdurre telefonini e droga all'interno del penitenziario del capoluogo. Lo straniero, grazie alla complicità dell'assistente capo della polizia penitenziaria Rinaldo Neccia, secondo quanto ipotizza la procura, era riuscito a procurarsi un cellulare di ultima generazione. E con questo proseguiva a gestire l'attività di prostituzione. L'albanese, finché è stato a Frosinone (poi è stato trasferito alla casa circondariale di Spoleto), istruiva la sorella e la compagna che si prostituivano sull'asse attrezzato tra Frosinone e Ferentino.

«Era molto puntiglioso», si lasciano scappare gli investigatori. Telefono all'orecchio curava ogni dettaglio dell'attività di prostituzione. Provvedeva all'inserzione su specifici siti che pubblicizzano le prestazioni sessuali a pagamento con tanto di foto delle sue belle. Alle donne chiedeva di attenersi a una serie di indicazioni su modalità e tempi di durata dei rapporti sessuali. Alle volte, per essere sicuro che i suoi ordini venissero eseguiti alla lettera, restava in ascolto durante i momenti di contrattazione della prestazione e anche durante la fase di consumazione.
L'albanese teneva anche la contabilità. A lui, infatti, dovevano essere inviati i soldi guadagnati sulla strada. Al netto delle "spese di gestione" Leba si faceva inviare sulla sua poste pay gli introiti delle prostitute. E, grazie allo smartphone, poteva controllare, in tempo reale, entrate e uscite del suo conto standosene comodamente in cella. L'attività, in base agli elementi acquisiti in corso d'indagine, è andata avanti finché l'uomo non è stato trasferito in Umbria. Stando così le cose,  anche le sue protette hanno deciso di cambiare aria e lasciare Frosinone per il centro Italia. I particolari di quanto emerso nel corso dell'inchiesta lasciano quantomeno perplessi. Resta il mistero di come una persona arrestata per reati legati alla prostituzione possa continuare impunemente a svolgere lo stesso tipo di attività anche dietro le sbarre. E anche questa circostanza ha fatto sì che si desse un'accelerata alle indagini. Poi, sicuramente, le polemiche conseguenti alla fuga della scorsa settimana che ha visto protagonista il camorrista Alessandro Menditti riuscito a evadere da via Cerreto ha comportato un'accelerata. Da qui l'emissione delle cinque ordinanze di custodia cautelare.