Insorgono i cassinati. I contenitori destinati alla raccolta degli abiti usati vengono presi di mira da immigrati e indigenti alla ricerca di qualcosa da aggiungere al guardaroba. I secchi gialli e bianchi vengono svuotati quasi quotidianamente, le buste con i capi riposti e quelle con le calzature vengono estratte con i metodi più assurdi, alcuni sono arrivati ad utilizzare grucce di ferro collegate a bastoni per acchiappare direttamente dal fondo lasciando aperto il cestello per il deposito. Poveri: italiani, stranieri, immigrati, uomini e donne. I furti dei capi usati sono un'abitudine senza genere né nazionalità, gruppetti di persone si ritrovano la notte e devastano i contenitori, cacciano tutto e fanno incetta dei capi migliori, lasciando il resto per terra. I residenti delle zone in cui sono stati posizionati i cassonetti sono esausti, ogni mattina trovano cumuli di abiti e scarpe sparsi nelle aiuole e sui marciapiedi. «Non ne possiamo più - ha tuonato un residente di piazza abate Rea - Ogni mattina la scena è sempre la stessa. Il giardino è ricoperto di abiti ammucchiati e scarpe spaiate. Anche nella necessità non c'è rispetto. E lo dico io che ho visto la guerra con gli occhi di bambino». I secchi sono diventati una boutique per poveri che in questi giorni di primavera sono alla ricerca di indumenti più leggeri. «Togliamo tutto - ha detto una signora che invece abita accanto piazza cavalieri di Vittorio Veneto - Una volta gli abiti usati venivano ritirati a casa un giorno a settimana. Era meglio. Andavano a chi servivano e venivano divisi per taglia e stagione. Possiamo anche portare tutto alla Caritas o nelle parrocchie, ma vedere il disastro che queste persone lasciano è poco rispettoso nei confronti di quelli che per orgoglio, nonostante le necessità, non chiedono una mano neanche alle associazioni del settore restando senza cappotti d'inverno e senza abiti di cotone d'estate».