Alle 12.23 di ieri l'associazione Antigone, a difesa dei diritti nel sistema penale, ha condiviso sul proprio sito e sui social network la lettera d'addio di Valerio, il ventiduenne impiccatosi l'altro ieri nel carcere romano di Regina Coeli, dov'era detenuto per via del doppio tentativo di fuga di cinque mesi fa dalla Rems di Ceccano. E dal comunicato dell'ente si apprende che è stata la madre del ragazzo a volere che «fosse resa pubblica» la missiva scritta da suo figlio al fratello lo scorso 16 febbraio.

Erano le 9.40 e Valerio scrive che gli «dispiace per tutto. Io qui sto impazzendo, non ce la faccio più, ma me la sono cercata». E, dopo aver comunicato l'assegnazione per sei mesi alla Rems, si dice «stanco di mangiare e di fare qualunque cosa» in relazione a una delusione amorosa, ma anche «di scappare» e, «se io me ne vado via per sempre, penso che voi non sentirete la mia mancanza». Poi il saluto: «Ti lascio con la penna ma non con il cuore. Ciao, fratellone mio, ci rincontreremo. Addio?!». Ed «emergono con chiarezza - denuncia Antigone - la difficoltà psicologiche di cui soffriva il ventiduenne, che fa riferimento anche all'ipotesi di suicidarsi».

E per il presidente Patrizio Gonnella il punto in questione non è «la prevenzione dei suicidi nei carceri» né «se fosse giusto» avere «con sé le lenzuola o altri oggetti» per «togliersi la vita», ma il fatto che «persone con problematiche di questo tipo devono essere affidate al sostegno medico, sociale e psicologico» delle «Asl territoriali e non messe dietro le sbarre di una cella. Non possiamo trattare» chi ha «problemi di salute» come «criminali pericolosi». Perché non lo sono.