Un’impresa che, in venti minuti, asfalta un intero piazzale. E che, altrettanto velocemente, dopo aver incassato il corrispettivo pattuito, toglie le tende. Troppo veloce la fuga da far venire qualche sospetto. E l’arcano è presto spiegato: gli strumenti utilizzati per misurare sono taroccati. Con il risultato che chi paga, paga per un lavoro di gran lunga più grande di quello effettivamente realizzato. La truffa dell’asfalto, andata in scena in un’occasione, mentre in un’altra il tentativo è stato sventato dai carabinieri, vede per protagonista un gruppo di irlandesi che batte l’Italia in lungo e in largo e si spaccia per dipendenti di una società di Pescara.

Il team di operai si è presentato qualche giorno fa in una ditta di Pofi. Il “capo”, con un italiano dal marcato accento anglosassone, ha proposto l’a f- fare: aveva un po’ di asfalto rimanenza di un precedente lavoro e lo rivendeva a un prezzo decisamente concorrenziale. L’imprenditore ciociaro ha pensato che si trattasse di un buon affare e ha accettato. Così sul posto, in un amen, si è presentata una squadra di una ventina di operai, c’è chi ha spazzato il piazzale, chi ha movimentato il rullo, chi la pala. Altri, invece, si sono occupati della fase più delicata: quella di misurare l’area da asfaltare.

Il dato è risultato decisamente superiore rispetto alla reale metratura, ma, in azienda, nessuno si è accorto di nulla. Tanto più che in una ventina di minuti il lavoro era bello e fatto. Così gli irlandesi hanno incassato 3.700 euro e si sono dileguati. Solo dopo, il titolare si è accorto di esser stato truffato e ha chiamato i carabinieri ai quali è stato fornito un numero di telefono. Così, è scattata la trappola: agli irlandesi è stato dato appuntamento presso un’altra azienda, questa volta di Torrice.

Ad attenderli c’erano però i carabinieri di Torrice e Ripi. Il responsabile della squadra è stato fermato e identificato, quindi, in attesa che l’imprenditore di Pofi sporga querela, è stato allontanato con un foglio di via obbligatorio. Una truffa, dunque, ben congegnata e che si basa sulla velocità di azione di un gruppo ben rodato che sfrutta il nome di un’azienda pescarese. E anche su questo particolare ora si concentrano le indagini dell’Arma per capire se il nome viene speso all’insaputa dei diretti interessati. Gli irlandesi potrebbero essere gli stessi già denunciati per gli stessi fatti in altre parti d’Italia, dalle Marche all’Emilia, passando per Lombardia e Firuli.