Cassino
21.03.2026 - 11:27
L’urlo compatto di padri e madri, preoccupati che il terreno dell’occupazione non venga definitivamente bruciato prima ancora che i loro figli possano affacciarsi al mondo del lavoro. Una mobilitazione che, in realtà, investe l’intero tessuto familiare e sociale di un’area che sembra progressivamente sgretolarsi sotto i colpi sempre più incisivi della crisi del comparto automotive.
Pochi cittadini
Un corteo, composto da quattro o cinquemila partecipanti, ha visto una nutrita presenza di rappresentanze sindacali, istituzionali, enti e associazioni, mentre la città è rimasta perlopiù spettatrice silente. Esigua, infatti, la partecipazione dei cittadini cassinati a quello che avrebbe dovuto configurarsi come un momento corale, espressione condivisa di un impegno per il futuro collettivo, oggi offuscato da una crisi che non risparmia alcuna categoria. Una manifestazione che, pur dovendo essere promossa con ben altra tempestività, sembra giungere oggi fuori tempo massimo, quasi ai titoli di coda di uno stabilimento ormai privo di qualsivoglia prospettiva. Sull’orlo del precipizio occupazionale. Nel contempo, l’indotto appare profondamente segnato da persistenti difficoltà, quando non addirittura da esiti più drammatici quali i licenziamenti. Un’agonia fin troppo evidente anche ai più distratti.
I sindacati
Oltre ai delegati locali, a “onorare” la manifestazione si sono visti i sindacati nazionali in prima linea a difesa dello stabilimento più in sofferenza del gruppo. Da Cassino una battaglia simbolica per invertire otto anni di declino. Nel piano Filosa servono investimenti e occupazione mentre Governo ed Europa devono destinare fondi specifici al settore. È la sintesi dell’intervento del segretario generale Fim Cisl Ferdinando Uliano che ha definito emblematica la situazione di Cassino. Rappresentativa di ciò che rischia di accadere all’intero settore automotive in Italia e in Europa se non si attiverà una mobilitazione forte delle coscienze e del mondo del lavoro. «Questa è una battaglia simbolica per la difesa dell’industria: l’economia del nostro Paese e dell’Europa non può reggersi solo sul comparto della difesa». Inevitabili anche i numeri: le ricadute occupazionali sono state pesantissime. Oggi l’occupazione si attesta intorno alle 2.000 unità. L’attività produttiva è ridotta a circa 5-6 giorni lavorativi al mese, con una presenza di circa 1.400 lavoratori, mentre circa 600 sono in contratto di solidarietà. Dall’inizio dell’anno lo stabilimento è rimasto chiuso per lunghi periodi: appena 16 i giorni lavorati complessivamente. Per il segretario generale della Fiom Michele De Palma «a Cassino Stellantis si sta trasformando in un buco nero per le lavoratrici e i lavoratori sia dell’azienda che dell’indotto. Noi vogliamo fermare la chiusura dello stabilimento di Cassino in atto in questo momento perché quei pochi lavoratori che ci sono, si trovano in contratto di solidarietà, sono in cassa integrazione. Quindi noi chiediamo alla presidente del consiglio Meloni e all’amministratore delegato Filosa di avere un incontro con tutte le organizzazioni sindacali, i rappresentanti delle istituzioni e della componentistica prima della presentazione del piano industriale di maggio per garantire il futuro industriale dell’automotive nel nostro paese a partire dalla situazione di Cassino».
I sacrifici degli operai nelle parole di Rocco Palombella, segretario generale Uilm. «In questi anni ai lavoratori di Cassino è stato chiesto tutto: flessibilità, riorganizzazione, cambiamenti produttivi, scelte di vita difficili. E i lavoratori hanno sempre risposto. Sempre. Avete accettato di passare dalla produzione di massa all’alta gamma. Avete dimostrato che qui si potevano costruire auto straordinarie: la Giulia, la Stelvio, la Maserati Grecale. Per questo oggi dobbiamo dirlo con chiarezza: il problema non è mai stato il territorio, il problema non sono mai stati i lavoratori. Anzi. Il problema sono state le scelte industriali sbagliate».
Sul palco Sara Rinaudo, vice segretario generale Fismic Confsal, ha rimarcato: «Ci siamo riuniti qui a Cassino per un grande grido, per dire basta a una politica industriale che è in declino. Cassino vuole lavorare e noi questo glielo dobbiamo garantire. Quindi abbiamo bisogno che ci siano degli investimenti, abbiamo bisogno di un piano industriale con dei modelli che si possano vendere. E un governo che non può abbandonarci, ci vogliono delle risorse e ci vuole una politica industriale strategica perché questo territorio non può arrivare al declino e alla morte».
Un corteo che ha continuato con cori e applausi durante tutti gli interventi in piazza Diaz, un corteo che - come rimarcato da Antonio Spera, segretario nazionale Uglm - rappresenta solo l’inizio di un lungo impegno. «La manifestazione di Cassino è molto importante arriva dopo quella di Torino, Termoli, Campobasso. Cassino in questo momento è uno degli stabilimenti in forte difficoltà, purtroppo resta uno stabilimento “vuoto”, ha dei modelli da 14 anni, è arrivato il momento di allocare nuove produzioni. Questo stabilimento è la storia dell’automotive, noi ci aspettiamo che il 21 maggio Stellantis annunci investimenti importanti. La manifestazione di oggi è un punto di partenza, non è un punto di arrivo. Noi scenderemo in piazza e lotteremo fin quando non arriveranno produzioni concrete a Cassino». Poco prima di mezzogiorno le bandiere hanno iniziato ad abbassarsi, i megafoni a spegnersi insieme ai microfoni e il popolo dell’automotive ha salutato l’area dei grandi “inni” al futuro. Con la soddisfazione di aver alzato la testa e la malinconia che possa essere tardi, con una storia da proseguire nei vari capitoli e troppi quelli già scritti.
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