Frosinone
16.03.2026 - 09:19
A due settimane dall’inizio del conflitto in Iran, i mercati delle materie prime mostrano una tenuta complessivamente solida. Non si è verificata, almeno finora, quell’impennata generalizzata dei prezzi che spesso accompagna le fasi di forte tensione geopolitica. L’analisi delle principali materie prima evidenzia infatti un quadro sorprendentemente stabile, con alcune che hanno registrato addirittura leggere diminuzioni di prezzo.
Secondo le elaborazioni dell’Ufficio studi della Cgia, negli ultimi quindici giorni il nickel ha perso l’1,9%, il rame il 2,6%, il piombo il 2,7, lo zinco il 3 e lo stagno il 7,9. Segnali che indicano come, almeno in questa fase iniziale, le catene di approvvigionamento globali e i mercati internazionali stiano dimostrando una certa capacità di assorbire le tensioni legate al nuovo scenario geopolitico.
Energia sotto pressione
La situazione cambia però se si osserva il comparto energetico. Tra tutte le materie prime monitorate, infatti, sono proprio i combustibili fossili a mostrare le tensioni più forti. Il prezzo del petrolio è salito del 45,8%, mentre quello del gas ha registrato un aumento ancora più marcato, pari al 62%.
Si tratta di incrementi particolarmente rilevanti, perfino superiori a quelli registrati nelle prime settimane successive all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Una dinamica che riflette la forte sensibilità dei mercati energetici alle crisi geopolitiche che coinvolgono aree strategiche per la produzione e il transito delle risorse energetiche.
Nonostante questi rialzi, il quadro generale delle materie prime resta comunque più contenuto rispetto alle grandi turbolenze viste in passato. L’assenza di rincari diffusi rappresenta, almeno per ora, un segnale relativamente positivo per l’economia internazionale e per il sistema produttivo europeo.
Uno scenario diverso dal 2022
Il confronto con quanto accaduto dopo l’invasione russa dell’Ucraina aiuta a comprendere meglio la portata della situazione attuale. Nel febbraio 2022 lo shock sui mercati fu immediato e molto più violento.
A soli quindici giorni dall’inizio dell’offensiva russa, il prezzo del nickel aumentò del 93,8%, mentre il gas salì del 48%. Anche i cereali registrarono forti tensioni: il granoturco aumentò del 30,3% e il frumento del 29,2. Non mancarono rialzi anche per energia e metalli industriali, con il petrolio a +16,3% e l’alluminio a +8,3. Quella reazione fu il riflesso del ruolo centrale di Russia e Ucraina nelle catene di approvvigionamento globali, in particolare per energia, metalli e prodotti agricoli.
Il contesto mediorientale presenta invece interdipendenze economiche differenti e, almeno nella fase iniziale, genera pressioni meno diffuse sui mercati.
Naturalmente molto dipenderà dall’evoluzione del conflitto. Una sua eventuale estensione o il coinvolgimento diretto di altri attori regionali potrebbe modificare rapidamente lo scenario, soprattutto nel settore energetico.
Il peso sulle bollette
Se sui mercati delle materie prime la situazione appare relativamente contenuta, l’impatto sulle famiglie italiane rischia comunque di essere significativo. Secondo le stime di Nomisma Energia, la spesa media annua per energia potrebbe aumentare di circa 350 euro per nucleo familiare.
Applicando questa previsione alle circa 26,7 milioni di famiglie presenti in Italia, l’Ufficio studi della Cgia stima che il rincaro complessivo delle bollette potrebbe raggiungere i 9,3 miliardi di euro.
Gli effetti più pesanti si concentrerebbero nelle grandi aree metropolitane. A Roma l’aumento complessivo della spesa energetica potrebbe arrivare a circa 705,8 milioni di euro, mentre a Milano si stimano rincari per 554,5 milioni. A Napoli, infine, l’incremento potrebbe superare i 406 milioni di euro.
All’opposto, le province meno esposte agli aumenti sarebbero Vibo Valentia, con circa 23,1 milioni di euro di rincari, Aosta con 21,3 milioni e Isernia con 12,7 milioni.
Carburanti in crescita
E arriviamo alla seconda nota dolente. Gli effetti dell’aumento dei prezzi energetici sono già visibili anche alla pompa di benzina. Dopo l’attacco militare all’Iran del 28 febbraio scorso, benzina e diesel hanno registrato un aumento significativo, dovuto sia alla crescita delle quotazioni del petrolio sia a dinamiche speculative sui mercati.
Negli ultimi quindici giorni il prezzo della benzina in modalità self service è salito dell’8,7%, mentre quello del diesel ha registrato un incremento ancora più forte, pari al 18,2%.
Rincari che incidono direttamente sui bilanci di molte categorie economiche che dipendono dall’utilizzo quotidiano di veicoli a motore. Autotrasportatori, taxisti, autonoleggiatori con conducente, bus operator, pescatori e agricoltori sono tra i settori più esposti all’aumento dei carburanti.
Per queste attività l’aumento dei costi energetici si traduce immediatamente in un incremento dei costi operativi e, di conseguenza, in nuove pressioni sui prezzi finali lungo l’intera catena economica.
Edizione digitale
I più recenti
Ultime dalla sezione