L’intervista
13.03.2026 - 09:46
Federica Mangiapelo aveva solo sedici anni quando è stata uccisa
Quando viene scarcerato un assassino, si sa, per la famiglia della vittima si riapre una ferita che già da sola non smette mai di sanguinare. Tornano in superficie la rabbia, la frustrazione, la disperazione, il dolore, quella voglia di giustizia vera e completa che è come una sete che non si può appagare.
La decisione di affidare Di Muro ai servizi sociali in prova vi ha sorpreso o eravate al corrente, come familiari di Federica, di questa possibilità?
«Noi pensavamo che non sarebbe accaduto adesso, ma più in là nel tempo. Sicuramente in carcere si sarà comportato bene, usufruendo degli sconti di pena previsti in questi casi dalla legge. Sappiamo che ha dedicato molto tempo allo studio. La nostra reazione? Siamo rimasti addolorati per questa decisione, non possiamo negarlo».
Tuo fratello Luigi, il padre di Federica, ha detto amaramente di avere la sensazione che la vita di sua figlia valesse poco.
Condividi questa sua riflessione tanto dolorosa?
«Guarda, con Luigi ci siamo fatti il calcolo esatto di quanto tempo l’assassino di Federica abbia trascorso in carcere. Nel primo periodo, fu ristretto ai domiciliari e solo in un secondo momento è entrato a Rebibbia. Alla fine della pena, quando sarà scarcerato definitivamente, avrà trascorso in carcere 11 anni e 3 mesi. È onestamente troppo poco per una persona che ha ucciso una ragazzina, che ha tolto la vita e il futuro a una sedicenne. Sì, ci lascia ulteriormente amareggiati questo calcolo così triste per noi».
Ripartiamo dalla sentenza definitiva di condanna di Marco Di Muro?
«Fu una vittoria a metà, lo ribadiamo ancora oggi. L’assassino è stato individuato e condannato, ma 14 anni di reclusione sono francamente troppo pochi per quello che ha commesso. La vita di Federica non valeva così poco. E poi c’è un’altra considerazione a margine da fare...».
Cioè?
«Se l’omicidio fosse stato commesso oggi, la pena sarebbe stata ben diversa. All’epoca non esisteva il reato di femminicidio. Con le leggi che abbiamo oggi, Di Muro, per l’omicidio volontario, sarebbe stato condannato all’ergastolo, senza poter accedere al rito abbreviato che gli ha consentito di avere uno sconto di pena notevole. Anche perché l’uccisione di Federica è stata un vero e proprio femminicidio all’epoca. Il reato è stato applicato per la prima volta nel caso di un’altra Federica, la Torzullo, uccisa sempre ad Anguillara Sabazia. Purtroppo non è possibile tornare indietro e applicargli una legge e una pena che, anni fa, non esistevano».
Grazie al tuo libro e al tuo impegno, hai e avete trasformato un’esperienza così drammatica in qualcosa di diverso, per aiutare gli altri. È un modo per essere vicini anche alle altre vittime della violenza di genere?
«Sicuramente. In tutti questi anni abbiamo condotto delle vere e proprie “battaglie”, stando vicino alle tante vittime di violenza e alle loro famiglie. È una rete che si sostiene, che si dà forza e dà forza agli altri».
Continui a girare le scuole di tutta Italia per raccontare la storia di Federica? Che sensazioni ti dà questo impegno?
«Certamente, io provo una grande felicità nel parlare e nel dialogare con i ragazzi. Pochi giorni fa sono stato di nuovo presente a un’iniziativa organizzata dal “Telefono Rosa”, un incontro che si è svolto nelle scuole superiori di Alatri. Molti giovani non sanno quanto è successo a mia nipote e questo rappresenta anche un messaggio che facciamo recapitare a chi ha bisogno di aiuto».
Come rispondono i ragazzi, con quali sentimenti?
«Quando capiscono e si rendono conto che chi hanno davanti è un parente diretto della vittima, che quindi abbiamo vissuto come famiglia, sulla nostra pelle, una storia tragica e terribile, fanno assoluto silenzio».
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