L'intervista
29.11.2025 - 09:00
Oltre 130 gol tra i professionisti, due titoli di capocannoniere in C2 e C1 nel 1997 e 1998, 20 gol nella serie cadetta e principe dei bomber anche alle Universiadi del 97, quando l’Italia conquistò il titolo mondiale universitario. Quello tra Alessandro Ambrosi e il gol è stato un feeling che non ha mai sofferto momenti d’incertezza o peggio ancora crisi d’identità. L’attaccante fiuggino ha timbrato sempre il cartellino del gol con apparente facilità, quale che fosse la categoria. E al calcio che conta è arrivato per gradi, senza scorciatoie, con quella virtù di centrar la porta quale referenza principale e determinante. In verità però il primo sport praticato con eccellenti risultati è stato un altro, il golf.
«Sono arrivato alle soglie del professionismo, superando tutte le selezioni e raggiungendo un livello davvero ragguardevole. Ancora adesso su un campo da golf posso dire la mia e non so dirti come sarebbe andata a finire qualora non avessi scelto la strada del calcio professionistico».
Il calcio in Italia è però un passaggio obbligato per ogni adolescente e per ogni bimbo. Chi non dava calci a un pallone, magari per strada, in quegli anni 80?
«Proprio così, il mio primo campo di calcio è stato la strada, e quella era la regola a Fiuggi e in tanti altri centri della Ciociaria.
A dare il là alla mia carriera calcistica è stato il professor Alberico Pietrobono, un fratello maggiore per me. Mi convinse ad iniziare l’avventura con la maglia dell’Alatri e a soli 16 anni mi vidi subito proiettato in prima squadra».
Cosa ricordi di quei tuoi anni acerbi?
«Ricordo una società ben strutturata, con il presidente Silvio Graziani e un bel mix di ragazzi in ascesa e di elementi più esperti. Questi ultimi mi hanno insegnato ad affrontare il calcio in modo coraggioso, senza paure e senza timori reverenziali. Quel mio modo un po’ guerriero di interpretare le partite di calcio trae origine proprio da quegli anni in maglia verderosa. Ho ricordi davvero belli della mia esperienza alatrense».
Poi arriva l’Isolaliri, che di fatto è il tuo trampolino di lancio verso il calcio che conta?
«Il mio primo anno non fu esaltante in termini di impiego, ma poi trovai spazio nei playoff e feci gol, un bel po’ di gol. Con Orlandi alla guida la stagione successiva fu quella della mia consacrazione e propiziò il passaggio alla Cavese, in C2».
Vivi due anni davvero magici, vincendo per due volte di fila la classifica dei cannonieri, con la Cavese in C2 e con il Crotone in C1: 16 gol con la squadra campana e 19 in maglia calabrese…
«Fare gol per me era abbastanza naturale. Segnavo in Eccellenza, poi in serie D e anche tra i professionisti non era così complesso trovare il modo di violare le porte avversarie. Devo dire che la mia ascesa è stata costante, ma è andata avanti un gradino alla volta. Altri hanno fatto il salto clamoroso dai dilettanti alla A o alla B, io invece ho davvero scalato la montagna un passettino alla volta, ed è stato forse ancor più gratificante».
In quel magico biennio diventi anche campione del mondo universitario, con la finale a Palermo davanti a 40mila spettatori. L’emozione più bella?
«Sicuramente una delle emozioni più belle della mia carriera. Realizzai una tripletta contro l’Olanda in un match ripreso dalla Rai e valevole per i quarti di finale. Io e i miei compagni di squadra ci ritrovammo oggetto di una notorietà percepita all’improvviso, che sbalordì noi per primi. Giocare quella finale davanti a uno stadio gremito fu davvero una sensazione particolare. Ho ancora un ricordo vivido di quel giorno e mi sembra di percepire ancora quella grande emozione».
Poi arriva il palcoscenico della serie cadetta con il Monza, ma anche lì non ti fai spaventare dal salto di categoria…
«Già, proprio così. Con il Monza di Antonelli e Frosio faccio 12 gol in B e mi confermo attaccante affidabile a ogni latitudine e in ogni categoria».
Ci sono contatti con squadre di serie A, ma non arrivi a calcare il palcoscenico più importante. Ci spieghi perché?
«Quell’anno il mio agente fu contattato da Brescia e Atalanta, che mi volevano per il massimo campionato. Mi cercava anche la Sampdoria per una B ambiziosa, ma il Crotone mi aveva in comproprietà e così tornai in maglia rossoblù».
C’è stata anche la concreta possibilità di un’esperienza all’estero?
«Sì, fui vicinissimo al trasferimento al Southampton ma poi all’ultimo momento non si concretizzò e mi accasai all’Ancona».
Ancona, Catania, Pisa, Juve Stabia, Taranto, tante altre squadre piuttosto importanti del panorama calcistico nazionale e tu continui a far gol e a farti apprezzare. Hai lasciato un ottimo ricordo in tutte le tifoserie anche per la tua grande generosità?
«Dal punto di vista dell’impegno credo davvero che nessuno abbia mai potuto muovermi degli appunti. Poi è normale che per una punta possano alternarsi momenti in cui ogni pallone che tocchi lo butti dentro ed altri in cui invece sembra che sulla linea di porta ci sia uno specchio».
Le tue caratteristiche erano molto particolari, perché abbinavi a una notevole fisicità anche una buona velocità di base...
«Sì, in effetti credo non fosse semplicissimo marcarmi, proprio perché non ero la classica punta statica, ma riuscivo anche a partire da lontano e in progressione. Poi però dentro l’area potevo comunque sfruttare alcune caratteristiche da prima punta».
Chi è stato per te il difensore più arcigno da superare?
«Ho l’imbarazzo della scelta. Quando ho giocato in B quel campionato era frequentato da gente come Filippo Galli, Carrera, Zanoncelli».
Una B stellare, in effetti...
«Beh, considera che in quegli anni in A c’erano tutti gli assi del calcio mondiale e a effetto domino alcuni dei migliori calciatori italiani militavano in squadre del campionato cadetto. C’erano Hubner, Inzaghi, Lucarelli e compagnia bella ai vertici delle classifiche dei bomber».
Hai giocato in tante squadre professionistiche ma mai nel Frosinone e nemmeno nel Sora, sebbene quelli fossero gli anni in cui anche i bianconeri erano stabilmente in C. Ti dispiace?
«Sì, è un’esperienza che alla fine non ho fatto, sebbene fossero stati avviati contatti con entrambi i club. Al Sora potevo andare quell’anno che poi finii alla Cavese, mentre con il Frosinone ho condotto una trattativa che poi non andò in porto nell’anno in cui mi accasai al Pisa».
Finita la carriera da calciatore resti nel mondo del calcio come istruttore di giovani calciatori, con club importanti...
«Nel 2012 ho iniziato la collaborazione con la Juventus, con una Academy a Fiuggi e poi ho esportato il marchio Juve anche in Tanzania, a Dar el Salam e a Stoccolma, con delle scuole calcio che poi ho autonomamente gestito».
Poi arriva la scoperta... della Cina?
«Esattamente. Con Salvatore Gualtieri, del Frosinone Calcio, ho avviato una collaborazione molto importante a Pochan, in Cina, dove abbiamo sviluppato un programma tecnico articolato e d’intesa con le istituzioni governative cinesi. Poi però il Covid purtroppo ha scompaginato ogni progetto e di fatto costretto ad interrompere il programma».
Sappiamo che oggi operi su due fronti, uno nazionale ed uno estero...
«Sì, a Shangai ho un centro tecnico ABC che già può contare su un cospicuo numero di ragazzi. Mi occupo della cura della parte tecnica e posso dirmi abbastanza soddisfatto della progressiva crescita di questo centro».
Nostalgia di casa, quando sei lì?
«Sinceramente mi è sempre piaciuto viaggiare e conoscere paesi dalle tradizioni e dalla gastronomia diverse dalle nostre. I miei figli vivono lì, vanno a scuola, parlano il cinese e non viviamo certo questa condizione come un sacrificio, ma come una piacevole scoperta».
Sei però anche impegnato nella tua Fiuggi, perché collabori con Simone Cinti nelle attività del calcio giovanile nei centri di Capo i Prati e di Trivigliano?
«Certamente. Io ho grande stima di Simone e con lui abbiamo in progetto di far crescere la realtà del calcio giovanile e di espanderla ad attività correlate. Simone, che è uno dei soci di maggioranza del Latina, ha grande entusiasmo e intende creare un vero e proprio college “LC United”, con strutture alberghiere a supporto. In pratica i ragazzi dovrebbero avere garantiti il soggiorno e l’istruzione e dedicarsi all’apprendimento della tecnica calcistica come elemento accessorio e non esclusivo. É un bel progetto ed io ci credo davvero, perché tra l’altro servirebbe a rilanciare anche le attività alberghiere che di certo non vivono il loro momento migliore».
Hai parlato della tecnica calcistica. Non trovi che ultimamente in Italia si un po’ mortificata sull’altare della fisicità?
«Certamente. Siamo tutti delusi per i risultati scadenti della nostra Nazionale da qualche anno a questa parte, ma credo che all’origine ci sia senz’altro l’aver trascurato la tecnica individuale. Oggi non si gioca più in strada e certe qualità naturali non vengono esaltate, anzi si tende a privilegiare la tattica al punto che un giovane calciatore magari viene rimproverato se tenta un dribbling, perché non in linea con il modulo. Dobbiamo tornare all’antico, se vogliamo invertire la tendenza».
Usciamo dal campo di gioco e veniamo ai tuoi hobby...
«Devo dirti che restiamo più o meno nell’ambito sportivo, perché quando posso mi diletto con il golf e... con il footgolf. Con la squadra di Fiuggi abbiamo vinto il campionato italiano under 50 di questa disciplina. Poi c’è lo sport... in poltrona e ho scoperto di recente una passione tennistica consistente».
Legata a Jannik Sinner?
«Certamente. Avere un campione così è davvero esaltante. Seguo ogni sua partita come se giocasse un mio congiunto e devo dirti che la Juventus non è più sola nel mio cuore. Ora c’è anche Jannik e credo sia un motivo d’orgoglio per noi italiani, che per anni abbiamo dovuto adottare campioni stranieri per gli Slam e per i tornei più importanti».
Ricordiamo però che sei anche un appassionato di cinema...
«Verissimo. Ho visto un numero impressionante di film, al cinema e ora anche sulle varie Tv. Mi piacciono molti generi di film, anche parecchio diversi tra loro. Dipende dalle esigenze del momento: se devo rilassarmi vanno benissimo anche Bombolo e Lino Banfi e ancor più i film di Bud Spencer e Terence Hill. Ricordo che a Gubbio ebbi modo di conoscere quest’ultimo mentre era impegnato nelle riprese di Don Matteo ed io ero lì in ritiro con l’Ancona. Poi apprezzo anche i film Fantasy, perché sognare è gratis e perché nella vita i sogni hanno sempre un peso rilevante. Con mia moglie non è infrequente che ci si veda anche degli horror, ma io sono un po’ impressionabile, perciò non esagero. Il mio attore preferito in assoluto? Keanu Reeves».
Se chiudi gli occhi e ripensi alle tante partite giocate, qual è la sensazione dominante, il tuo pensiero più vivo?
«Mi vengono in mente i tanti amici con i quali ho condiviso le battaglie sportive e penso a come il tempo a volte sembri non esser passato. Nella mente e nel cuore sono ancora quel ragazzo lì, pronto a sfidare le difese e a farmi apprezzare dai tifosi. Mi vengono in mente gli incoraggiamenti ricevuti quando a 16 giocavo contro ragazzi che avevano il doppio dei miei anni, ma magari il mio stesso entusiasmo, la mia stessa voglia di stupire. E penso che questo intreccio di storie calcistiche sia anche e soprattutto un intreccio di vite, di pensieri e di sogni. E come ho detto i sogni bisogna coltivarli sempre e inseguirli con tenacia».
La chiacchierata finisce qui. Alessandro torna a carezzare i suoi sogni tra Fiuggi e Shangai, a insegnar calcio e anche vita, perché in fondo il calcio è una meravigliosa ed incisiva metafora dell’esistenza.
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