Era considerato un "jihadista della penna". La Corte d'assise di Frosinone ha condannato a sei anni di reclusione per associazione terroristica Fotouh Ibrahim Matar Hatem, egiziano, 38 anni, residente a Colleferro.
Il 15 gennaio, il pubblico ministero Sergio Colaiocco, ripercorrendo le indagini dei carabinieri del Ros aveva chiesto sei anni per l'adesione allo Stato islamico o per la diffusione di materiale jihadista.

L'imputato, che ha sempre seguito le udienze in videoconferenza dal carcere di Rossano, era accusato della trasmissione di 74 documenti, ritenuti di provenienza dallo Stato islamico, tra alcuni video, quali "La distruzione della croce", "L'arma biologica", i "Sabotaggi dei servizi pubblici essenziali", con riferimento a corsi sull'uso delle armi, tra cui kalashnikov e armi biologiche. «Secondo la legge italiana la trasmissione di questo materiale, qualora abbia finalità di terrorismo, costituisce reato e giustifica la misura detentiva - aveva evidenziato il pm - È un fatto che dall'account dell'imputato è partito l'invio ad altro account Telegram».

Ieri, la Corte d'assise, presieduta dal giudice Francesco Mancini, con a latere l'altro togato Aurora Gallo e i giurati popolari, dopo circa un'ora di camera di consiglio ha condannato l'egiziano per il reato di associazione con finalità di terrorismo internazionale, ritenendo assorbita in questa accusa l'altra contestazione di addestramento. Disposte l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, l'espulsione al termine della pena, la confisca e la distruzione del materiale in sequestro.

L'udienza si era aperta con una dichiarazione spontanea dell'imputato in cui negava le accuse («Mai condiviso e diffuso materiale dell'Isis») e lamentava la difficoltà nell'accesso al materiale d'accusa per potersi difendere. A seguire l'intervento dell'avvocato Gianluca Vitale del foro di Torino. Il legale, di fronte a un uditorio composto per la quasi totalità dagli studenti dell'indirizzo economico-giuridico del Maccari di Frosinone, ha inquadrato le accuse da un punto di vista normativo, citando più sentenze della Corte di cassazione in materia.

«La condivisione di materiale jihadista comporta l'adesione all'associazione terrorista? - si interrogava l'avvocato - Non solo occorre provare l'adesione a un programma generico, ma l'adesione a "quel" programma». Poi, citando il materiale oggetto di contestazione, l'avvocato ha fatto riferimento, tra gli altri, a un Corano, e a un documento giuridico del XIV secolo per dire: «Avere quel materiale significa favorire l'organizzazione? Credo che la risposta sia negativa». Il legale ha spiegato che «in questo processo non ci sono prove, non c'è la pistola che spara, ma indizi».

Sulla detenzione del materiale jihadista, il difensore dell'egiziano ha riferito di un'iniziativa del governo di modificare la legge per colmare un vuoto normativo. Ha rilevato che Hatem non era frequentatore del dark web e che nel processo non si è parlato della situazione del Sinai, che gli screenshot sul Sinai sono del fratello, a fine anno espulso dall'Italia e subito arrestato in Egitto. Ha poi evidenziato che l'imputato lasciava aperti i suoi profili social, segno che non aveva nulla da nascondere. Che quei 74 file, ricevuti da un'utenza ignota, sono stati rigirati in tre soli giorni a un'altra sua utenza che usava come archivio, e qualcosa alla moglie, a dimostrazione che non c'è stata un'ampia divulgazione.

Che non ritraggono atti terroristici ma la situazione in Sinai, con immagini di guerriglia urbana, pur definite «raccapriccianti e vomitevoli». Quindi, avviandosi a concludere l'avvocato ha citato i casi Regeni degli anarco insurrezionalisti. In attesa delle motivazioni della condanna l'avvocato Vitale preannuncia ricorso in appello.