Mentre romba il motore della Porsche Cayenne, gli investigatori della squadra mobile ascoltano. Ascoltano e annotano. Sullo sfondo emergono quelle che il gip, nell'ordinanza che, martedì, ha portato a nove misure di custodia cautelare, due in carcere e sette ai domiciliari, tra imprenditori, agenti, direttore generale e due funzionari della BpF, un avvocato e due notai, definisce «spregiudicate (ed illecite) condotte assunte da imprenditori finanziari attivi da anni nel tessuto economico-finanziario della provincia».

L'inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Adolfo Coletta, si allarga progressivamente ad altri soggetti e richiede il lavoro congiunto di polizia e guardia di finanza. È il 5 dicembre del 2020 quando un imprenditore viene iscritto nel registro degli indagati. E viene monitorato. Anche quando è al volante della Cayenne. Gli investigatori a quel punto si interessano di un altro soggetto, il frusinate Angelo De Santis, destinatario della misura della custodia cautelare in carcere. Emergevano così, scrive il gip Ida Logoluso che ha firmato l'ordinanza, «la programmata e sistematica attività di quest'ultimo nella acquisizione di stabilimenti industriali/commerciali in vendita nelle aste giudiziarie del tribunale di Frosinone, l'estremo favore di cui il De Santis godeva presso la dirigenza (il direttore generale, Scaccia e il dirigente del Corporate banking, Lazzari) della Banca popolare del Frusinate (istituto, peraltro, convenzionato con i tribunali di Frosinone, di Roma e di Cassino per l'erogazione di mutui per l'acquisto di immobili in vendita alle aste giudiziarie)».

Il pm a quel punto sposta l'attenzione dalle aste alle ristrutturazione edilizie su Roma, in particolare con il "bonus facciate" in modo da poter cedere, poi, «il credito d'imposta generato, per un ammontare complessivo di 270.000 euro, alla Banca popolare del Frusinate». Per chi indaga tra De Santis e Scaccia il rapporto si fa sempre più stretto. «Quei rapporti insieme a quelli, quasi familiari, con il direttore generale Scaccia - nota il gip - apparivano per se stessi suggestivi del potere che De Santis esercitava all'interno della Banca popolare del Frusinate ove non solo sembrava godere di una linea di credito pressoché illimitata ma ove anche si atteggiava come un primario agente ed intermediario finanziario al quale, invero, vari imprenditori si rivolgevano per ottenere credito da quell'istituto riconoscendo al De Santis provvigioni ammontanti al 3-5% degli importi erogati».

In questa fase iniziale delle indagini saltavano fuori «frequenti giornalieri contatti del De Santis con molteplici interlocutori economici formalmente titolari di svariate società che, tuttavia, si attenevano scrupolosamente, nella gestione di quelle, alle direttive loro fornite da Angelo De Santis».

Seguendo De Santis, gli investigatori scoprono i suoi rapporti con il ceccanese Marino Bartoli, anch'egli colpito dalla misura cautelare in carcere. Squadra mobile e finanza, guidate dal vice questore Flavio Genovesi e dal tenente colonnello Diego Morelli, centrano l'attenzione sulle attività di De Santis «sulle società nella sua disponibilità pur se amministrate formalmente da altri... sulle figure dei prestanome ai quali erano fittiziamente intestate le quote», scrive più avanti il gip.

Via via si delineano i rapporti tra lo stesso De Santis e l'allora capo del corporate banking della BpF, Luca Lazzari. «Invero - si legge nell'ordinanza - il copioso flusso telefonico intercorrente quotidianamente tra i due faceva emergere un impegno quasi esclusivo di Luca Lazzari alla lavorazione delle pratiche di interesse di Angelo De Santis». E quando c'erano problemi, «De Santis comunicava a Lazzari che se ne sarebbe occupato direttamente parlandone con il direttore generale ed amministratore delegato della BpF, con il quale intratteneva un rapporto a dir poco privilegiato», rileva il gip.

Tra martedì e venerdì, gli indagati sottoposti a misura cautelare (difesi dagli avvocati Testa, Igliozzi, Dell'Anno, Salera, Marandola, Contucci, Bonu e Mercorelli) sono stati interrogati. Chi ha risposto alle domande del gip ha negato le accuse, fornendo la propria versione dei fatti.