Pomigliano e Mirafiori sono già una polveriera. A Cassino c'è fuoco sotto la cenere oppure tutto tace? L'allarme nazionale viaggia lungo tre direzioni, quella legata alla mancanza di un piano industriale che assegni precise missioni produttive all'Italia, l'altra incardinata intorno allo scontro tra Governo e Multinazionale con la "minaccia" legata ad alcuni stabilimenti in mancanza di sussidi adeguati e, in ultimo, il continuo ed estenuante ricorso alla cig. Operai in sciopero a Mirafiori e mobilitazione a Pomigliano - i due siti nel mirino di Tavares - mentre nell'area laziale a prepararsi alle assemblee di fabbrica è la Fiom-Cgil. Si parte il 13 con la presenza del segretario nazionale Samuele Lodi. Perché davvero la situazione è incandescente.

«Voglio ricordare che Cassino fino a dicembre faceva due turni - ha tuonato Donato Gatti, segretario Frosinone-Latina Fiom-Cgil - mentre dal 18 gennaio siamo sul turno unico mattutino. Voglio anche ricordare che prima si producevano 375 vetture al giorno, ora 175. Voglio ricordare che dovevamo lanciare la Maserati elettrica, con 5 auto ogni ora per un totale di 35 al giorno e, invece, se ne producono 6 o 7 ogni mattina. Voglio anche ricordare che a marzo finiranno i contratti di solidarietà e già si ipotizza una deroga. Si parla tanto di rilancio degli stabilimenti ma qui si rilancia solo la cassa integrazione».

Nel plant cassinate si è arrivati a contare circa 2.800 operai di cui 320 sono fuori per trasferte, altri 400 sono inseriti negli ammortizzatori sociali a rotazione. «In buona sostanza una settimana lavora un gruppo e una settimana l'altro, con l'aggravante di un numero minore di giorni per chi ha limitate capacità lavorative perché ancora si devono adattare le postazioni. Le promesse di Carlos Tavares sono le stesse di un anno e mezzo fa: noi, invece, non vogliamo più gli ammortizzatori sociali bensì nuovi modelli. Poi c'è l'indotto che sta finendo ogni strumento utile. Ecco perché durante le assemblee andremo a parlare con gli operai di questa situazione: non possiamo stare fermi ad aspettare chi decide per noi. O lo tuteliamo il territorio o non ci sarà nessuno che ci potrà aiutare. Vedo una situazione piatta. L'amministratore delegato di Stellantis parla di due stabilimenti a rischio ma per me sono tutti a rischio. Nel senso che in bilico c'è tutto il settore dell'automotive mentre abbiamo un governo che si diverte a fare il bello e cattivo tempo».

Accade tutto in quell'angolo di regione Lazio che aveva avuto la fortuna, negli anni Settanta, di vedere l'insediamento di uno dei più grossi complessi industriali europei che aveva eletto Cassino come patria dell'automotive. Accade tutto laddove, tra Marchionne e Tavares, sono stati investiti decine di milioni e milioni di euro per ristrutturazioni e avanzamenti tecnologici. Un gioiello nel panorama internazionale, con la nuova piattaforma Stla Large, che potrebbe diventare una cattedrale nel deserto, con produzioni di nicchia (i suv premium), un numero ridotto di lavoratori e un indotto quasi inesistente, con una componentistica orientata sempre di più verso l'estero. A peggiorare il quadro anche il mancato rifinanziamento della legge 46 del 2002 per concedere strumenti economici a supporto delle aziende del comparto automobilistico.

Così continua Gatti: «Non sono stati assegnati fondi alla legge 46, siamo fuori dalla Zes, ma ci danno capire come si va avanti? È tutto assolutamente allarmante. L'altro giorno c'è stata la protesta dei lavoratori delle mense perché altre due sono state chiuse. I tavoli al ministero sono stati indirizzati solo sugli incentivi, un piano industriale vero non c'è».

Un plauso, inevitabile, alla richiesta sindacale di incontro con la premier Meloni e l'ad Tavares sugli stabilimenti italiani «anche perché si accusano a vicenda mentre nelle fabbriche bisognerebbe portare lavoro non cig. È da troppo tempo che lo stabilimento soffre e le buste paga sono basse, arrivano a 1.000, 1.100 euro quando va bene. Ecco perché stiamo promuovendo assemblee in tutti gli stab Stellantis. Noi vogliamo parlare con tutti i lavoratori non sui giornali!».