Piangeva. Si sentiva esclusa, frustrata. «Ha sentito astio nei suoi confronti». Sembra un'immagine quella che offre in Tribunale la psicologa Sara Bartolucci, che ha visitato Giulia Schiff per cinque volte. L'ultima nell'ottobre del 2018.

La professionista è stata ascoltata come testimone in aula nel processo che vede imputati otto pari corso di Giulia Schiff e ha risposto alle domande della pubblica accusa, della parte civile e del collegio difensivo degli imputati.
«La ragazza era irrequieta e nutriva sentimenti di esclusione e ostilità nell'ambiente dove ha vissuto. Era una fotografia di quel periodo - ha aggiunto la psicologa - ed era emerso uno stato dell'umore maniacale, aveva una buona consapevolezza e il suo vissuto emotivo era stressante». Giulia quando era andata dalla psicologa aveva 19 anni. Il punto centrale del processo è uno: il battesimo dell'aria.

«Mi ha detto che era stata presa con la forza e di aver chiesto più volte di essere lasciata stare e di essere stata buttata in piscina». Ad una precisa domanda sull'attendibilità del racconto, la psicologa ha risposto in modo netto e sicuro. «Sì era attendibile». Il processo alla fine è stato rinviato al prossimo 19 aprile per ascoltare alcuni testimoni, tra cui quelli della parte civile, la prossima udienza è fissata per il 17 giugno.
Ieri mattina in aula Giulia Schiff, a differenza delle altre udienze non era presente, così come non c'erano anche gli imputati, ritenuti i presunti responsabili dei fatti contestati.

La battaglia in aula tra accusa e difesa è serrata. Il collegio difensivo ha sempre puntato a ridimensionare i fatti e a sottolineare che le condotte che hanno portato gli 8 ragazzi a processo, tra cui uno residente a Patrica, erano delle consuetudini che si usavano da sempre in ambito militare per celebrare il brevetto di pilota. Gli imputati hanno sempre ribadito un punto: si è trattato di una tradizione e di una goliardata, come da sempre si fa per festeggiare chi diventa un pilota e le difese hanno sostenuto che quelli non sono episodi di nonnismo e non si possono configurare come maltrattamenti.

Giulia Schiff è sempre andata avanti per la sua strada: ha portato in aula un video e alcune foto dove ha raccontato quello che tutti hanno chiamato il «rito del pinguino», che per lei era stato un incubo. Quando era stata ascoltata in aula per ricostruire i fatti aveva detto che: «Rivivere quello che è accaduto per me è una tortura».