Giustizia per Mimmo D'Innocenzo, ieri l'udienza davanti al gup per opporsi all'archiviazione. E per chiedere che venga aperto il processo in grado di chiarire cosa sia accaduto il 27 aprile del 2017 nel carcere di via Sferracavalli. Sono i familiari di Mimmo a domandare che quanto accaduto nell'istituto detentivo di Cassino venga analizzato in sede dibattimentale: troppe stranezze, quelle legate alla morte del trentatreenne romano. Ecco perché mamma Alessandra, il fratello Giordano e la delegazione che anche ieri mattina era presente in aula e fuori dal palazzo di giustizia di piazza Labriola, sono tornati a far sentire la loro voce. «Speriamo che si possa aprire un processo, sono sette anni che lottiamo per questo. Me lo auguro per mio figlio e per poter credere nella giustizia: noi vogliamo crederci» afferma mamma Alessandra fuori dal tribunale.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti il giovane è morto per un malore. Sul braccio un foro di siringa. Ma i familiari non hanno mai creduto all'ipotesi di una overdose: impossibile per un ragazzo che non faceva affatto uso di eroina. La difesa della famiglia, rappresentata dall'avvocato Vitelli, è riuscita a scoprire attraverso indagini difensive l'esistenza di un testimone che avrebbe riferito di un'iniezione la sera precedente al malore. Forse calmanti. Esisterebbe la testimonianza di un agente che riferisce di aver accompagnato il ragazzo in infermeria per un malore. Ma né medico né infermiera ricordano nulla. E il registro degli ingressi non esiste più. Come pure la gola profonda che raccontò come era andata. La ricostruzione delle analisi difensive si è arricchita anche della perizia della dottoressa Roberta Bruzzone che alla luce della sua analisi ha definito la morte di Mimmo una «morte di matrice omicidiaria di natura colposa».