In quindici anni l'industria italiana ha subito un crollo. Tra il 2007 e il 2022, infatti, il valore aggiunto reale (al netto dell'inflazione) dell'attività manifatturiera del Paese è sceso dell'8,4%. Unica eccezione nel panorama nazionale il Nordest, che ha registrato una crescita del 5,9%. Male il Mezzogiorno, con un calo del 27%. A fare il punto l'Ufficio studi della Cgia di Mestre, che presenta, tra l'altro, la classifica provinciale, che vede la Ciociaria perdere quattro posizioni e piazzarsi al quarantasettesimo posto.
Nel periodo preso in esame, in provincia di Frosinone il valore aggiunto dell'industria ha registrato un calo dell'1,7%, passando da 2.192,2 milioni di euro nel 2007 a 2.154 milioni di euro nel 2022, per un'incidenza sul totale nazionale dello 0,64%.
Nel medesimo periodo di riferimento il Lazio segna un -19,8%, pari a -3.912, passando da 19.786 a 15.874 milioni.

A livello regionale sono le imprese della Basilicata ad aver registrato la crescita del valore aggiunto dell'industria più importante (+35,1%). Risultato che secondo l'Ufficio studi della Cgia è in massima parte ascrivibile agli ottimi risultati conseguiti dal settore estrattivo, grazie alla presenza di Eni, Total e Shell nella Val d'Agri e nella Valle del Sauro. In seconda posizione si colloca il Trentino Alto Adige (+15,9%) che ha potuto contare su settore agroalimentare, distribuzione di energia, acciaierie e imprese meccaniche. In terza posizione, invece, l'Emilia Romagna (+10,1%), quarta regione il Veneto (+3,1 per cento).

Dal quinto posto in poi tutte le regioni italiane presentano una variazione di crescita del valore aggiunto negativa. Le situazioni più critiche si sono verificate in Calabria (-33,5%), in Valle d'Aosta (-33,7%), in Sicilia (-43,3%) e in Sardegna (-52,4%).
Se si guarda fuori dai confini nazionali, emerge che, tra i Paesei europei, soltanto la Spagna, con il -8,9 per cento, ha registrato un risultato peggiore di quello italiano ha. In Francia la diminuzione del valore aggiunto reale in quindici anni è stata del 4,4 per cento, mentre in Germania la variazione è stata positiva e pari al +16,4 per cento.

«Ricordiamo che dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi – si legge nel documento redatto dall'Ufficio studi – gli ultimi 15 sono stati gli anni più difficili per la gran parte dei Paesi
occidentali. Per quanto concerne l'Italia, ad esempio, la grande recessione del 2008-2009, la crisi dei debiti sovrani del 2012-2013, la pandemia del 2020-2021 e l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia avvenuta nel 2022 hanno profondamente cambiato il volto della nostra economia. È comunque utile evidenziare – prosegue lo studio – che tra il 2019, anno che precede lo scoppio della più grande crisi economica-sanitaria avvenuta a partire dal secondo dopoguerra, e il 2022, il settore manifatturiero italiano ha realizzato un rimbalzo superiore a quello registrato nel resto degli altri principali Paesi UE.

Insomma – continua – se allarghiamo il periodo di osservazione partendo dalla crisi finanziaria dei mutui subprime non abbiamo ancora recuperato il terreno perduto, diversamente, se lo restringiamo a partire dalla crisi pandemica esplosa quattro anni fa, nessun' altra grande manifattura europea ha fatto meglio della nostra».
A conclusione di tali osservazioni, dunque, si evince una riduzione in termini di platea di imprese manifatturiere conseguente alle crisi dei periodi 2008-2009 e 2012-2013, ma un contestuale rafforzamento delle prestazioni di quelle rimaste sul mercato che, come sottolinea l'Ufficio studi, rispetto alle concorrenti straniere, hanno superato con maggiore slancio gli effetti negativi provocati dalla crisi pandemica del 2020-2021, come dimostra il successo registrato soprattutto in questi ultimi due anni dai prodotti made in Italy in tutti i principali mercati mondiali.

«Questi dati – afferma il segretario della Cgia Renato Mason – dimostrano che c'è la necessità di mettere a punto una politica industriale di lungo periodo, deregolamentando, dove possibile, per non frenare la crescita e lo sviluppo, con una particolare attenzione al tema del credito. Le difficoltà di accesso ai prestiti bancari, infatti – conclude – stanno diventando un serio problema per tante Pmi».