La sentenza di primo grado nei confronti di Antonio Salvati - ex sindaco di San Giovanni Incarico ed ex presidente dell'Unione dei Comuni - accusato di concussione nella gestione dell'accoglienza, era stata durissima: sei anni e mezzo di reclusione. Ieri la Corte d'appello di Roma lo ha assolto con formula piena: perché il fatto non sussiste. A tre anni dalla decisione del Tribunale di Cassino, Salvati è stato scagionato dalle accuse che ha sempre respinto. E come in primo grado, anche ieri Salvati ha scelto di non essere in aula durante la lettura del dispositivo.

Anche nelle discussioni d'appello i suoi legali, gli avvocati Dario De Santis e Ivan Santopietro, hanno puntato il dito contro alcuni aspetti chiave, tra cui alcune contestate incongruenze e alcune contraddizioni rilevate nel racconto della parte offesa. Elemento, questo, che insieme ad altre questioni - i conti, le modalità di consegna del denaro, persino quel dettaglio (quasi da romanzo) dei soldi stipati in una damigiana, chiesti come "scialuppa di salvataggio" ad alcuni parenti dalla parte civile, emerso durante il dibattimento del processo di primo grado - avevano costituito il costrutto della difesa dell'ex sindaco. E buona parte anche di quello d'appello. Il 21 novembre scorso c'era stata l'udienza nella quale le parti avevano concluso chiedendo l'assoluzione, mentre la procura generale aveva chiesto la condanna, confermando la pena di primo grado.

I fatti contestati ad Antonio Salvati si riferiscono al periodo in cui lo stesso ricopriva la carica di presidente dell'Unione dei Comuni "Terra di Lavoro".
Le indagini condotte a suo tempo dai carabinieri e coordinate dalla procura di Cassino si concentrarono sull'attività di Salvati tra gli anni 2013 e 2017 quando, secondo la sentenza di primo grado, nelle vesti di presidente dell'Unione di Comuni avrebbe chiesto e ottenuto il pagamento di 250.000 euro da parte del rappresentante di una cooperativa che gestiva l'accoglienza dei profughi per conto dello stesso ente di cui Salvati era presidente, che aveva emesso un apposito bando affidando il servizio alla coop in questione.

In base alla ricostruzione dei fatti che ha portato alla condanna del tribunale di Cassino, quest'ultimo avrebbe accettato di pagare l'ingente somma per ottenere da Salvati lo sblocco del pagamento delle fatture arretrate. Da qui la contestazione del reato di concussione con la condanna (pena non esecutiva) a sei anni e mezzo di reclusione, l'interdizione dai pubblici uffici, sequestri confermati con finalità di confisca. E una provvisionale da 10.000 euro.
Quindi l'inizio della battaglia in appello che si è conclusa ieri con una sentenza di assoluzione con formula piena.