In un mondo sempre più dominato dall'individualismo bisogna promuovere la cultura del noi. Questo l'assunto di base da cui ha preso il via ieri sera, all'auditorium diocesano, la riflessione con protagonisti il vescovo Ambrogio Spreafico e Ariel Di Porto, rabbino della comunità ebraica di Roma, con la moderazione di Pietro Alviti. Sono passati trentaquattro anni da quando il Concilio Ecumenico Vaticano II istituì la Giornata per l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei e, come ricordato da Pietro Alviti, lo stesso Papa Francesco è tornato più volte sul tema.

Il cristianesimo ha radici ebraiche e questo rende speciale il rapporto tra le due religioni. «Come affermato dal Papa in "Evangelii Gaudium" - ha ricordato Pietro Alviti - la Chiesa, che condivide con l'Ebraismo una parte importante delle Sacre Scritture, considera il popolo dell'alleanza e la sua fede come una radice sacra della propria identità cristiana». Il dibattito è stato aperto con la lettura, prima in ebraico e poi in italiano, dei primi undici versetti del capitolo 40 del profeta Isaia. Collocando il brano in un tempo difficile per il popolo di Israele, immediata è stata l'analogia con l'attualità.

Il rabbino Ariel Di Porto ha posto l'accento sul valore della consolazione e della moralità come conditio sine qua non per uscire dai momenti più bui, senza dimenticare la fragilità insita in ognuno di noi. Proprio alla fragilità monsignor Ambrogio Spreafico ha attribuito molti degli errori cui in passato lo stesso cristianesimo ha pertecipato a danno degli ebrei perché «la prepotenza è troppo spesso la più istintiva azione di contrasto alla fragilità». La violenza e le guerre contemporanee non sono altro che il risultato della debolezza, propria dell'animo umano. Tornando al famoso Concilio dell'89 monsignor Spreafico ha ribadito che da lì in poi per fortuna le cose sono cambiate: «Se siamo qui oggi è per ribadire l'importanza del dialogo. Un dialogo che fino a non molto tempo fa sarebbe stato impensabile, ma che ora trova nella valorizzazione delle differenze e nel riconoscimento dell'altro ciò di cui nutrirsi».

Nei suoi primi 11 capitoli, la Bibbia parla indistintamente all'umanità e basa le sue premesse sull'umanesimo che dovrebbe caratterizzare tutti. «Proprio dall'umanesimo dovremmo partire per sviluppare una cultura del noi» ha concluso il vescovo. Al temine del dibattito Pietro Alviti haringraziato tuttii presenti: «Ringrazio Ernesto Liguori e Riccardo Mastrangeli, prefetto e sindaco di Frosinone, Gianluca Quadrini, il comandante Marco Boveri, il questore Domenico Condello, il colonnello dei carabinieri Alfonso Pannone e la direttrice del carcere Teresa Mascolo».