"Il fatto non sussiste". Per l'ex discarica di via Le Lame non c'è nessun inquinamento, dunque. E si chiude, allora, con quattro assoluzioni il processo apertosi nel 2017. Non solo, il giudice ha disposto il dissequestro del sito, disposto nel dicembre del 2014 con il là all'inchiesta. Il caso, anche per le forte ricadute ambientali, aveva determinato, soprattutto sul versante della bonifica, furiose polemiche politiche.

Le accuse erano state mosse contro l'allora presidente del cda e il direttore tecnico della Saf, Cesare Augusto Fardelli e Roberto Suppressa, nonché gli ex dirigenti ai Lavori pubblici e all'Ambiente del Comune di Frosinone, Francesco Acanfora e Elio Noce, quest'ultimo anche in qualità di responsabile del procedimento. Davanti al giudice monocratico Francesca Proietti erano chiamati a difendersi dai reati di avvelenamento di acque o di sostanze alimentari e delitti colposi contro la salute pubblica. Il Comune di Frosinone, che lamentava i danni, si era costituito parte civile.

A fine novembre, era stato il pubblico ministero Vittorio Misiti a richiedere l'assoluzione per tutti. Nella sua requisitoria, il pm aveva sostenuto che la discarica inquinava sin dagli anni Ottanta ma che non è stato possibile dimostrare le cause dell'inquinamento. Le difese avevano contestato il fatto che ci fosse stata compromissione dell'ambiente, evidenziando anche che i lavori erano stati effettuati a regola d'arte con tanto di collaudo, come evidenziato da una perizia, per cui non poteva esserci stata la fuoriuscita di percolato alla base delle contestazioni mosse dalla procura. Un chimico, inoltre, aveva ritenuto regolare pure il piano di caratterizzazione.

Le indagini dei carabinieri, infatti, avevano puntato sulla messa in sicurezza del sito. La contestazione agli imputati era di «aver posto in essere insufficienti interventi di messa in sicurezza o interventi non collaudati». E poi «l'aver omesso le indispensabili operazioni di bonifica, così determinando o comunque non impedendo che il percolato della discarica raggiungesse la falda acquifera sottostante». L'acqua, stando alla ricostruzione dell'accusa, peraltro sempre respinta dagli imputati, sarebbe stata contaminata da metalli pesanti quali alluminio, ferro, manganese, bario, nichel e piombo in quantità superiori ai limiti. Ciò avrebbe provocato l'inquinamento delle acque, potenzialmente destinabili, attraverso le coltivazioni, al consumo umano.

In pratica, era la tesi accusatoria, nonostante i diversi interventi di bonifica per i quali sono stati spesi fondi pubblici, le misure adottate si sono rilevate inefficaci. Sulla base dei sopralluoghi effettuati nel corso degli anni, è stato contestato il mancato funzionamento delle pompe di aspirazione dell'acqua di falda dai pozzi e di quelle di aspirazione del percolato. Fari puntati anche sulle impermeabilizzazioni. Solo che, nel corso del processo, le prove a sostegno dell'accusa sono state smontate dalle difese sulla base anche di una consulenza di parte. Ora bisognerà attendere le motivazioni per capire come il giudice si sia orientato nella scelta di pronunciare un'assoluzione piena con la formula "perché il fatto non sussiste". Gli imputati sono stati difesi dagli avvocati Domenico Marzi, Calogero e Antonino Nobile, Sandro Salera e Vincenzo Galassi. Mentre per il Comune era parte civile l'avvocato Rosario Grieco.

La discarica di via Le Lame è stata utilizzata sin dal 1956 e poi fino al 2002. È composta da tre bacini, il primo è del 1987 (anche se i conferimenti sono iniziati molto prima), il secondo ha visto un impiego dal 1992 al 1994, il terzo dal 1994 al 2002. Tra rifiuti e sovvalli si stima che il sito abbia ospitato 651.000 metri cubi. La discarica rientra nel Sin Valle del Sacco è oggetto di una procedura di bonifica e si è in attesa dell'aggiudicazione della gara per la caratterizzazione. Sul sito c'era stata anche un'ispezione della commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti nel 2015.