Antonio Rabbia è stato aggredito e morso da una grossa orsa che lo ha azzannato al ventre e gli ha procurato diverse altre lesioni su tutto il corpo. A raccontare l'aggressione è lo stesso trentatreenne, residente ad Ausonia, che il 21 dicembre scorso si trovava con il suo cane Biondo su un sentiero nei pressi della strada regionale 509, in territorio di San Donato Valcomino.

Una storia che però non convince l'associazione migratoristi italiani, che è intervenuta sulla questione. «Vogliamo innanzitutto augurare una pronta guarigione al giovane ma nel contempo fare alcune osservazioni su questa presunta ricostruzione che, a primo impatto – si legge nella nota dell'associazione – potrebbe trascendere dalla realtà dei fatti in quanto, nell'antologia Appenninica non si ha memoria di un'aggressione ai danni di un essere umano da parte dei plantigradi». Insomma una narrazione che lascia molte perplessità all'Anuu e raccomanda di aspettare l'esito delle indagini svolte dal personale competente.

«Ci preme ricordare, che quando si entra in zone così sensibili – continua – rammentando che in quel di San Donato la convivenza fra fauna selvatica ed uomo è con cognizione di causa e quindi di dominio pubblico la presenza dell'orsa, di fare attenzione, rispettare il luogo con alcune semplici regole base per non farsi male e non far male, fra le quali, vige quella di non portare cani in libertà poiché quella libertà del cane in questo caso, si è trasformata in un segnale di pericolo per l'orsa e conseguentemente per il giovane».

La questione però, secondo l'associazione, riporta al centro del dibattito il problema degli animali, e nella fattispecie del cinghiale, che ormai raggiungono centri abitati mettendo in pericolo i cittadini. «Questo fenomeno, ci porta a fare delle considerazioni sulle ricadute nel settore dell'agricoltura dove difatti, centinaia e centinaia di aziende agricole ogni anno subiscono numerose incursioni che devastano i coltivi atti alla produzione di foraggi per l'allevamento ed altre produzioni per il sostentamento umano – spiega l'associazione – Un dramma questo che oltre a colpire il settore agricolo arreca ingenti danni alle casse dello stato, costretto ad indennizzare il deterioramento arrecato. L'abbattimento con più giornate annue, porterebbe sicuramente a uno sviluppo dei territori in termini di turismo venatorio e non solo. Organizzarsi nella macellazione controllata di selvaggina e quindi alla produzione di prodotti norcini da distribuire nei ristoranti e agriturismi oltre che nelle mense dei poveri data l'abbondanza e quindi contribuire alla creazione, portando l'esempio della Valle di Comino, di un prodotto di nicchia di un determinato territorio che contribuirà alla promozione ed in seguito alla fruizione».