Confermata la seconda settimana di stop per la Skf. Dopo quella dal 21 al 27 novembre (solo per alcuni reparti) anche l'ultima settimana di dicembre sarà di cassa integrazione. E, anche in questo caso, non per tutti i reparti e non per tutti i dipendenti.
Oltre due ore di analisi e confronto ieri tra l'azienda Skf di Cassino e le sigle sindacali per fare il punto sulla situazione produttiva che, nonostante la contrazione "normale" del mercato a fine anno e anche in ragione della congiuntura geopolitica ed economica generale, non sembrerebbe destare preoccupazioni particolari. La prospettiva nel lungo e medio termine, secondo le sigle, non sarebbe drammatica. Stiamo parlando di una delle aziende più attive sul territorio, che in piena pandemia si è fermata solo tre giorni: quelli necessari ad adeguarsi alle normative anticovid. E che, dati alla mano, mostra un +33% di produzione per il 2020 e nel primo semestre del 2021.

Il calo, stando alle valutazioni di Fim, Fiom, Uilm e Fali non è così allarmante: ogni fine anno le aziende subiscono un calo produttivo fisiologico. E in questo caso a pesare è stata la guerra, con la carenza di materie prime provenienti dall'Ucraina, oltre all'aumento dei materiali e dei costi. Compreso quello dell'elettricità. Ecco perché, vista la flessione in negativo, si è dovuto far ricorso agli ammortizzatori sociali. Ma già dal secondo trimestre del prossimo anno la situazione dovrebbe tornare agli standard ben noti.
Per i 63 dipendenti con contratto di lavoro di staff leasing nessuna "nube all'orizzonte". La ventina di lavoratori con contratto a termine entro ottobre, invece, non sono stati rinnovati. Più in generale i 300 operai dell'importante azienda della città martire non sembrano destinati al ricorso a continui ammortizzatori sociali o blocchi, come accaduto per altre realtà produttive. Ma l'attenzione resta alta.