«Ci affidiamo alla giustizia. Voglio che la clinica venga aiutata ad allontanare questo paziente perché da sola non ce la può fare». È quanto ha dichiarato davanti al tribunale di Frosinone un'infermiera chiamata a testimoniare sul caso del degente, ricoverato in una Rsa per scontare una pena per reati sessuali in detenzione domiciliare, accusato di violenza sessuale su tre donne di Boville Ernica, Torrice e Colleferro, ricoverate nella struttura, tra il 2019 e il 2020.

Le accuse contro E.R., 63 anni, difeso dall'avvocato Giulia Giacinti, sono state confermate dall'infermiera. «Mi accorsi che parlava con una paziente che non poteva muoversi poi deceduta - ha ricordato la donna - Poi l'ho visto infilare una mano sotto la camicia da notte della signora. Iniziai a strillare e arrivarono altre persone. Lei che poteva difendersi solo con la voce diceva "Lasciami stare, che mi fai?" mentre lui "Io come uomo non ti piaccio nemmeno un po'"».

Da quel giorno la donna ha raccontato di esser stata presa di mira dall'imputato con minacce e apprezzamenti spinti, al punto che la stessa ha dichiarato di aver avuto paura ad andare al lavoro a causa della presenza di E.R. La teste ha raccontato anche di un'altra paziente, affetta da sindrome di down, che fu palpeggiata nelle parti intime. «Sapevamo che aveva questo vizio e lo tenevano d'occhio», ha ricordato l'infermiera. Che poi ha ricordato come altre colleghe le avessero riferito anche del terzo episodio per il quale l'uomo deve rispondere di violenza sessuale.

Anche un'altra infermiera è stata testimone diretta di un altro episodio. Al tribunale (presidente Francesco Mancini, a latere Silvia Fonte-Basso e Francesca Proietti) ha dichiarato che «io l'ho preso in flagranza. Nel corridoio l'ho visto mettere le mani sotto la maglia di una signora».

Accuse confermate da una terza operatrice: «In più occasioni l'ho visto avvicinarsi alle pazienti con l'intenzione di toccare». E ha descritto così la situazione: «Nella hall ha messo le mani sotto le vesti di una paziente. Le toccava le parti intime e diceva "è solo una carezza"». Poi ha aggiunto: «Sono state diverse occasioni. È stato comunque segnalato al medico e alla caposala per tenerlo d'occhio. Le pazienti più in pericoli le mettevamo in posti in vista in modo da poterle controllare meglio». Le vittime rappresentate dal curatore speciale nominato dalla procura, l'avvocato Silvia Latini, si sono costituite parte civile con l'avvocato Giovanna Liburdi. Parte civile pure l'associazione "Insieme per Marianna" con l'avvocato Antonella Liberatori.