La riabilitazione del pavimento pelvico è una pratica clinica con una lunga storia. Già dal 1948, infatti, veniva prescritta per contrastare l'incontinenza urinaria, ma ancora oggi è poco conosciuta ed è praticata soltanto da pochi specialisti. Il motivo di tale reticenza è certamente legato all'ambito cui tale pratica appartiene, dal momento che disfunzioni connesse all'apparato riproduttivo ed escretore, che certamente rientrano in una sfera intima della persona, sono viste e vissute ancora oggi come un tabù. Abbiamo approfondito l'argomento con la dottoressa Noemi Chiarlitti, ostetrica che si occupa di questo tipo di riabilitazione nella casa di cura Ini Città Bianca di Veroli.

Per quali problematiche è richiesta la riabilitazione del pavimento pelvico?
«La riabilitazione del pavimento pelvico può servire a donne in menopausa o a donne che hanno appena partorito, ma anche a ragazze giovani, l'ambito è vario. Le disfunzioni legate al pavimento pelvico possono essere diverse. L'incontinenza urinaria, ad esempio, può riguardare anche donne giovani, dopo un evento traumatico come il parto, ma può interessare pure donne che partoriscono con il cesareo perché è la gravidanza stessa che può avere questo tipo di conseguenza. Con la menopausa, poi, c'è un invecchiamento dei tessuti che può portare ad alcune disfunzioni. Ci sono vari tipi di incontinenza urinaria, ma il sintomo è sempre la perdita di urina. Questo problema incide molto sulla quotidianità perché impedisce di vivere serenamente momenti e azioni della vita di tutti i giorni come alzare un peso o magari starnutire, e a volte chi ne soffre vive una situazione di disagio tale da evitare addirittura di uscire di casa».

Quali sono i fattori di rischio?
«Tra i fattori di rischio ci sono il sovrappeso, il parto, ma anche la gravidanza, la menopausa e l'aver subìto interventi chirurgici ginecologici, come per esempio asportazione di polipi».

Le donne che hanno questo tipo di disfunzione sono a conoscenza dell'esistenza di una riabilitazione specifica?
«Non sempre. Anzi, quasi mai. Il problema è culturale, di fondo c'è una mancanza di informazione e problemi di questo tipo sono vissuti ancora come tabù. A volte sono i ginecologi a indirizzare la donna a questo tipo di riabilitazione, ma non tutti. E il più delle volte la paziente non si rivolge né al ginecologo né al medico di medicina generale e convive con il problema anche per anni, finché non diventa insostenibile e la riabilitazione inevitabile. Lo stesso discorso vale per donne giovani che hanno un problema di prolasso, molte arrivano alla riabilitazione soltanto quando non possono fare a meno di rivolgersi al medico. Un altro grande tabù è il dolore pelvico, per il quale a volte non viene riscontrata alcuna causa. Può essere infatti associato a problemi psicologici, legati anche a circostanze gravi del passato come una violenza subita, e in questi casi l'approccio deve essere ancora più delicato e il trattamento è più complesso. Il paziente deve riprendere consapevolezza di quelle strutture per poi poterci lavorare, migliorare l'elasticità, lavorare sulla respirazione. Non c'è una risoluzione definitiva, però il dolore diminuisce con il passare dei trattamenti».

In cosa consiste la riabilitazione?
«La prima seduta è di valutazione, quindi c'è un'anamnesi approfondita. Si parla con la paziente della sua storia personale, se ha avuto gravidanze, se soffre di cistiti, infiammazioni, infezioni ricorrenti, se pratica attività sportiva, perché è tutto correlato. Dopo si procede con un esame obiettivo, quindi si cerca di capire se la persona sa contrarre e rilasciare e in base alla situazione che emerge da questo esame si propongono degli esercizi, che la paziente impara durante la seduta e poi ripete a casa. Ogni volta che torna si valuta il miglioramento e si aumenta l'intensità e la tipologia degli esercizi finché la persona non sta meglio e può continuare a casa a eseguire gli esercizi e le indicazioni date. Si fanno almeno tre o quattro trattamenti con una frequenza di una volta a settimana e poi, a seconda della situazione, si valuta se allungare i tempi finché non si torna a una buona qualità di vita. Si devono comunque continuare a praticare le attività e le abitudini apprese anche dopo il percorso di riabilitazione. Il fine è rendere consapevole e autonoma la donna lavorando sullo stile di vita».

È utile anche nel corso della gravidanza per prevenire problemi legati al parto?
«La riabilitazione si può fare sempre perché le cellule dei muscoli hanno una memoria, quindi anche dopo il parto torneranno a ripetere un certo tipo di attività con più facilità rispetto a chi non l'ha mai fatto. Facendo, inoltre, più attenzione alla postura, al modo in cui ci si muove, sicuramente si subiscono meno danni sia nel corso della gravidanza sia durante il parto. Quindi la riabilitazione del pavimento pelvico può essere praticata in modo preventivo anche per evitare i problemi legati al parto e alla gravidanza in sé».