Federlazio spegne 50 candeline e festeggia mezzo secolo sul campo, al fianco delle piccole e medie imprese. Per celebrare l'evento oggi ad Anagni, a partire dalle ore 17.30, è in programma un evento dal titolo significativo: "Il futuro non aspetta". Ci sarà un dibattito sulle "Tensioni geopolitiche: instabilità e incertezza". Il tema sarà illustrato da Carlo Salvatori, presidente onorario Lazard Italia, banchiere ed economista. A seguire il mini talk "Federlazio: potenzialità ed opportunità per le imprese". Al termine della giornata la consegna delle medaglie ai Past president.
Nelle vesti di padrone di casa ci sarà naturalmente Nino Polito, presidente di Federlazio Frosinone.
Lo abbiamo intervistato.

Allora presidente, quale la caratteristica principale di Federlazio?
«La capacità, inedita e straordinaria, di sapersi adattare. Ai tempi e alle situazioni. Con un'unica stella polare: sostenere le imprese associate».
Di questi tempi non deve essere facile per nessuno mantenere i livelli associativi.
«Nel rapporto costi-benefici per determinare la scelta di associarsi, le posso garantire che i benefici sono ampiamente maggiori. Per la verità non abbiamo subito perdite di imprese associate. Purtroppo ci sono state aziende costrette a chiudere e altre che hanno lasciato questo territorio. Ma questa è un'altra storia».

Senta Polito, di cosa ha bisogno la Ciociaria per tornare ad essere competitiva e attrattiva?
«Di infrastrutture. Non può bastare più l'autostrada del Sole. Intanto occorrono i collegamenti trasversali. E poi bisognerebbe essere capaci di alzare davvero il tiro e il livello. Penso all'aeroporto civile».

Crede nel progetto?
«Credo che bisognerebbe mettere in campo tecnici competenti, di spessore internazionale. Uno scalo aeroportuale civile a Frosinone renderebbe appetibile non soltanto il nord, ma anche il sud di questa provincia. Faccio un esempio: chi oggi vuole fare un investimento nella Valle di Comino, come fa con i collegamenti? Quanto tempo ci mette dovendo passare per il grande raccordo anulare di Roma?».
A proposito di trasporti, che fine ha fatto il progetto di realizzare una stazione Tav tra Ferentino e Supino?
«La volontà di realizzarla è conclamata, ma questo non sta avvenendo per varie ragioni. Intanto perché c'è sempre un'elezione dietro l'angolo e questo comporta anche un continuo cambio di interlocutori. Inoltre penso sinceramente che un discorso del genere vada approcciato non solo in chiave nazionale, regionale e locale, ma soprattutto in una prospettiva intereuropea. La classe dirigente del territorio dovrebbe muoversi in questa direzione».

Di cosa hanno davvero bisogno le imprese della Ciociaria in questo momento?
«Le imprese hanno bisogno che vengano "liberati" i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Lo considero l'ultimo appuntamento e l'unica possibilità di invertire il trend. Guardi, ne ho viste tante di crisi economiche, dall'Austerity a tutto il resto. Ma questa è profondamente diversa, perché è impossibile reagire e pensare di affrontarla da soli. Ci sono troppi fattori. La guerra sicuramente, ma ricordiamo che l'aumento dei costi delle materie prime è iniziato ben prima dell'invasione russa dell'Ucraina. Per non parlare della pandemia e di tutto il resto. Il contesto europeo è la chiave per affrontare le crisi del nostro tempo».

Perché la bonifica della Valle del Sacco resta al palo?
«Insisto nel ragionamento. Anche in questo caso la questione dovrebbe essere affrontata dai tecnici. Per capire dove e come si possono effettuare interventi e dove invece non si possono fare. Probabilmente non ce ne siamo resi conto fino in fondo, ma la questione della Catalent ha rappresentato un colpo durissimo nei confronti del nostro territorio. Un'impresa di quel livello che va via per investire altrove, per creare posti di lavoro altrove. E tutto questo perché? Per i ritardi inaccettabili della burocrazia. Torniamo alla Valle del Sacco: la caratterizzazione ambientale è un passaggio fondamentale per capire quali zone sono interessate a fenomeni di inquinamento e quali no. E la conseguenza mi pare ovvia: dove non ci sono zone e aree inquinate bisognerà dare la possibilità alle aziende di poter intervenire. Altrimenti la situazione non si sbloccherà mai e le imprese continueranno ad andare via dal territorio».

Oggi però il problema principale è rappresentato dall'aumento delle bollette dell'energia, del gas e dell'elettricità.
«Si tratta di un tema che va risolto con la massima velocità possibile. Occorre entrare nell'ordine di idee che le bollette vanno "risarcite". Perché rappresentano un danno enorme per le imprese. Certamente lo Stato deve intervenire, ma pure in tal caso bisogna ragionare in un'ottica europea. La decisione della Germania non solo è stata sbagliata ma anche miope. Per un motivo: l'Italia, la Francia, la Spagna e tutte le altre nazioni europee rappresentano anche il loro mercato. E se si indeboliscono le aziende di questi Stati, il danno è per tutti. Pure per la Germania. L'Unione Europea e lo Stato devono viaggiare di pari passo. Subito. Le imprese non vivono nel dubbio. Per poter programmare è necessario avere delle risposte rapide e delle certezze. Teniamo presente il contesto: pandemia, guerra, tassi di interesse, costi delle materie prime, aumento dei prezzi dell'energia. Troppe variabili. I ritardi, soprattutto della burocrazia, ci sono stati sempre. Ma mentre prima erano deleteri, adesso rappresentano un rischio "mortale" per le aziende».

È possibile oggi immaginare una programmazione di lungo periodo?
«È complicato, ma dobbiamo provarci. Almeno a immaginare un medio periodo. Ripeto: tutto ruota attorno alla possibilità effettiva di utilizzare i fondi del Pnrr. Perché se poi finisce la guerra, allora potrebbe aprirsi un periodo di grandi prospettive. Specialmente se dovessimo guadagnare fette di autonomia sul versante delle materie prime. E si procedesse spediti sul versante delle liberalizzazioni».