«Senza l'azione compulsiva, reiterata, aggressiva e violenta condotta da tutti gli imputati» Emanuele Morganti non sarebbe stato costretto in un angolo e così ucciso.
È un passo delle motivazioni pubblicate dalla Corte di cassazione a conferma della condanna a 14 anni per Michel Fortuna, 29 anni, di Frosinone, e per Paolo Palmisani, 29 e Mario Castagnacci, 32, di Alatri, assistiti dagli avvocati Angelo Bucci, Massimiliano Carbone, Tony Ceccarelli e Giosuè Naso.
Infondato è giudicato il ricorso di Michel Fortuna per prima cosa laddove contesta la mancata nuova «perizia medico-legale sul mezzo e sulle cause della morte di Emanuele Morganti». La Cassazione evidenzia come il consulente medico abbia «la netta propensione» che la lesione mortale sia per l'impatto di Emanuele contro il montante di un'auto in sosta.

Il consulente Saverio Potenza afferma che «colpi precedenti vi erano stati, erano stati inferti al capo, ma costituivano lesioni superficiali, ed erano tutti colpi precedenti alla caduta originata dalla perdita di equilibrio dovuta all'ultimo colpo». Esclusi, effetti lesivi precedenti alla frattura finale.
«Non sussiste incompatibilità ad assumere l'ufficio di testimone per la persona già indagata in procedimento connesso», dichiara la Corte sul fatto che i buttafuori siano stati sentiti come testimoni ordinari anziché assistiti (come rilevato dalla difesa), in seguito al'archiviazione del procedimento nei loro confronti.

Infondati e in parti inammissibili sono stati dichiarati i motivi addotti dalle difese di Fortuna, Castagnacci e Palmisani per censurare la sentenza di appello. La Corte rileva «l'inammissibilità delle censure rivolte dagli attuali ricorrenti» per contestare «una decisione erronea, poiché fondata su una valutazione asseritamente sbagliata in merito alle diverse scansioni temporali dei fatti che la Corte territoriale avrebbe indebitamente valorizzato ai fini dell'affermazione di responsabilità».

Per la Cassazione «la Corte di assise di appello di Roma, preso atto delle molteplici contraddizioni e reticenze che hanno caratterizzato il narrato di molti dei soggetti escussi, nonché della presenza di molteplici interessi di parte e del possibile inquinamento delle dichiarazioni per effetto del risalto mediatico della vicenda, ha compiutamente dato conto dei criteri seguiti nella selezione delle dichiarazioni utilizzate ai fini della pronuncia di condanna».

E, dunque, la motivazione d'appello, evidenzia che «gli imputati Mario Castagnacci, Palmisani e Fortuna a più riprese attinsero con colpi ripetuti Emanuele Morganti e che uno di questi colpi, sferrato da Fortuna, determinò la caduta produttiva dell'impatto del capo con la superficie montante di una Skoda posteggiata nella piazza teatro dei fatti da cui derivò la frattura fatale. Dopo, quindi, avere escluso la prova dell'obnubilamento del sensorio antecedente al colpo finale, evidenzia come Morganti sia stato inseguito dai tre imputati e come invero, dopo avere il suddetto colpito Franco Castagnacci, si sia sviluppata un'aggressività monodirezionale, diretta contro il solo Morganti. Rileva come ancora all'altezza di vico Vineri gli amici di Morganti siano intervenuti a sostegno del ragazzo, ma in chiave meramente difensiva, priva dei connotati della contrapposizione fra gruppi che al più riguarda la fase immediatamente successiva all'espulsione dal locale.

Conclude rilevando che: senza l'azione compulsiva, reiterata, aggressiva e violenta condotta da tutti gli imputati (nella catena temporale che scansiona analiticamente), Emanuele Morganti non sarebbe stato indotto a cercare scampo nella fuga, venendo poi abbattuto dall'ultimo colpo sferrato da Fortuna; il clima persecutorio nei confronti della vittima, il colpo finale e la caduta fatale sono elementi ineliminabili dalla catena causale che determinò il tragico evento nella notte del fatto; va, pertanto, confermata la qualificazione giuridica del fatto in cui concorsero gli imputati come omicidio preterintenzionale».

La Cassazione nota come la Corte d'assise d'appello «distingue, in modo logico, la fase antecedente a quella dell'intervento degli imputati da quest'ultima, rilevando che nessuno scontro tra gruppi vi fu all'interno del locale e soprattutto quando iniziò l'inseguimento della vittima da parte dei tre imputati, rispetto al quale è temporalmente slegato lo scontro avuto dalla vittima con i buttafuori».

Quanto alla contestazione sulla mancata graduazione delle pene, «si esclude che fra i tre imputati possano evidenziarsi gradazioni di responsabilità, avendo avuto tutti in animo di percuotere e ledere la vittima ed essendo stati tutti portatori della medesima carica aggressiva contro Emanuele Morganti, e in cui si evidenzia come la gravità estrema del fatto, la riprovevolezza della condotta, l'assenza di seri indici di resipiscenza impediscano di concedere le circostanze attenuanti generiche».

Sul ricorso delle parti civili, per la famiglia Morganti (assistita dall'avvocato Enrico Pavia), che, ai soli effetti civili, chiedevano la riqualificazione del reato da omicidio preterintenzionale in volontario, la Cassazione nel respingerlo richiama le parole del consulente Potenza, risentito in appello che «esclude l'obnubilamento del sensorio di Emanuele Morganti determinato dai colpi precedenti l'ultimo colpo "importante" tale da determinare la caduta e quindi l'impatto fatale contro il montante del veicolo... l'ultimo colpo inferto fu "importante", ma non direttamente responsabile della frattura mortale che si produsse a seguito del suddetto impatto; nessuno dei colpi infetti era di entità tale da determinare lesioni interne atte a cagionare un danno che sarebbe poi sfociato nella frattura finale, la frattura mortale non insorge per una lesione diretta, ma è conseguenza della caduta, non vi è prova che gli imputati abbiano continuato a colpire Emanuele Morganti dopo la caduta, anzi la prova scientifica, unitamente a quella testimoniale, esclude i colpi successivi; è impossibile ipotizzare una spinta omicida, sia pure sotto il profilo del dolo alternativo ovvero eventuale». Al pari infondato, per la Corte, il ricorso con cui le parti civili hanno contestato l'assoluzione di Franco Castagnacci.