Omessa denuncia di incaricato di pubblico servizio. È il reato del quale dovrà rispondere un'assistente sociale del Comune di Frosinone. Si tratta di uno strascico dell'omicidio di Gloria Pompili.
Nel processo, davanti alle Assise, i giudici avevano fortemente stigmatizzato, nelle motivazioni delle sentenze di condanna, il lavoro dei servizi sociali frusinati. Il processo a carico dell'assistente sociale S.N., difesa dall'avvocato Pierpaolo Incitti, con prima udienza a febbraio, nasce oltre che sulla scorta delle motivazioni dei giudici che hanno esaminato l'omicidio, dalle denunce della madre e del fratello di Gloria, che si costituiranno parte civile con gli avvocati Luigi Tozzi e Marco Maietta.

L'assistente sociale, avendo in carico il nucleo familiare di Gloria, è accusata di aver omesso «di denunciare all'autorità giudiziaria i reati di maltrattamento in famiglia subiti dalla Pompili e dai minori e favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione in danno della Pompili dei quali era venuta a conoscenza nell'esercizio ed a causa del servizio». L'epoca dei fatti va dal 2016 alla data dell'uccisione di Gloria.

Una morte «provocata a seguito della situazione gravissima in cui versava, dovuta alle selvagge e durature vessazioni a cui la donna è stata sottoposta», hanno scritto i giudici della Corte di Cassazione nel confermare la condanna definitiva a venti anni per Loide Del Prete, zia della vittima, e il di lei convivente, Saad Mohamed Elesh Salem, accusati di aver ucciso, a seguito delle botte ricevute, la ventitreenne frusinate. Gloria morì davanti ai figli nella notte tra il 23 e il 24 agosto 2007 in una piazzola di sosta a Prossedi. In auto, nel tragitto da Nettuno a Frosinone.

«Gloria Pompili e i due figli vivevano con gli imputati nella stessa casa, da essi dipendevano ed erano in condizioni di assoluta ed incondizionata soggezione nei loro confronti e di evidente nullificazione della personalità», scriveva la Cassazione.
Ma il coinvolgimento dei servizi sociali del Comune di Frosinone emerge dalle motivazioni della Corte d'Assise d'appello: «quanto ai servizi sociali di Frosinone a dir poco impressionanti risultano le dichiarazioni rese dall'assistente sociale che avrebbe dovuto occuparsi del benessere dei figli minori della parte offesa da cui emerge "che, in realtà, i servizi sociali hanno garantito solo una loro presenza formale, accettando e consentendo una situazione intollerabile di devastazione di una giovane ragazza e di inflizione di maltrattamenti e traumi a due bambini piccoli".

Ebbene la "tolleranza" accordata dai servizi sociali, unitamente all'incapacità di altri soggetti vicini a Gloria di intervenire "hanno naturalmente accresciuto la forza violenta e minacciosa dei due imputati, non avendo Gloria alcuna possibilità di difesa dalla loro azione, vista l'inerzia di tutti coloro che la circondavano, anche di chi per ruolo istituzionale o familiare sarebbe dovuto intervenire"».

E poi ancora: «Quanto all'attività di prostituzione svolta in casa, è emerso che quando la parte offesa (Gloria Pompili, ndr) riceveva i clienti, l'imputata (Loide Del Prete, ndr) "si occupava" dei bambini portandoli via salvo poi "riconsegnarli a Gloria in cambio del denaro che questa aveva appena ricevuto", oppure mettendoli in una cesta appesa al balcone. Peraltro tale inquietante prassi, notata dalla moglie del proprietario dell'abitazione veniva riferita dalla stessa ai servizi sociali del Comune di Frosinone, i quali ciononostante non intervenivano (l'assistente sociale con cui aveva parlato la donna si limitava a risponderle "fai una foto e portala")».
In base a quanto emerso al processo, a seguito delle percosse, i bambini erano finiti in una circostanza anche al pronto soccorso con una prognosi successiva di cinque giorni.
La Corte d'assise di Latina, invece, scriveva: «La zia ed il suo compagno, in modo freddo e pianificato, hanno approfittato dell'isolamento sociale di questa ragazza - di fatto abbandonata anche dai servizi sociali che si limitavano a incontri formali e vuoti di contenuto - costringendola, con vera crudeltà, a prostituirsi, picchiandola ed umiliandola, giornalmente, anche dinanzi ai suoi due figli ai quali gli imputati hanno fatto vivere un primo periodo della loro infanzia tremendo di cui porteranno, inevitabilmente, i segni per tutta la vita».
L'avvocato Luigi Tozzi commenta: «Fiduciosi che anche in questa sede la famiglia Pompili otterrà giustizia».