Una licenza per esercitare l'attività di raccolta scommesse finisce al centro di una serie di ricorsi prima al Tar e poi al Consiglio di Stato. In realtà la licenza era stata rilasciata al titolare del locale nel 2012; poi successivamente lo stesso aveva deciso di cederla al figlio: una scelta che avrebbe rappresentato l'inizio della complessa battaglia legale perché sarebbe di fatto stata considerata come la richiesta di una nuova licenza. Impossibile dopo la legge regionale (e la consequenziale campagna di prevenzione) contro la concessione di licenze ad attività che si trovano a 500 metri da obiettivi sensibili.

Prima il ricorso al Tar da parte del titolare, poi l'appello al Consiglio di Stato che di fatto non si è pronunciato ma ha «sollecitato l'anticipazione rispetto alla data già calendarizza» non essendo state «dedotte più specifiche esigenze che possano motivare l'interruzione dell'attività in corso». Quindi l'attività può continuare a esercitare la raccolta scommesse in attesa del merito.

La questione, particolarmente complessa da un punto di vista tecnico parte proprio dal ricorso al Tar proposto dal titolare di un locale pubblico del centro (rappresentato dall'avvocato Zaza D'Aulisio) contro ministero dell'Interno, Questura e Comune di Cassino. Un ricorso proposto per l'annullamento, previa sospensione dell'efficacia, del decreto del questore (marzo 2022) con il quale era stata respinta l'istanza del titolare del locale per la licenza.

Questo perché - si legge nei ricorsi - dagli accertamenti posti in essere dal personale del Comune sarebbe emerso come lo stesso locale si troverebbe a meno di 500 metri da alcuni obiettivi sensibili. Una valutazione che rimanda alla legge regionale per la prevenzione e il trattamento del gioco d'azzardo patologico (L.R. 5/2013 e successive modifiche e integrazioni), e alla consequenziale campagna informativa. Ma in ballo non c'era una nuova licenza, bensì una esistente da almeno dieci anni.

In giudizio si è costituito il Ministero. Valutando la complessa situazione, affermando pure che «da un sommario esame proprio della fase cautelare il ricorso non appare sprovvisto di fumus boni iuris in quanto – in disparte la dubbia applicabilità al caso in esame dell'art. 4, della L.R. n. 5/2013, riferito alle nuove aperture di sale da gioco - la fattispecie in esame sembra più correttamente riconducibile al subentro nella titolarità della autorizzazione rilasciata nel 2012 dal questore di Frosinone per esercitare l'attività di raccolta scommesse» il Tar aveva accolto la domanda cautelare. Poi il ricorso al Consiglio di Stato che ha chiesto di accelerare.