«La provincia di Frosinone è a forte vocazione manifatturiera: questo ha permesso di reggere all'ondata del Covid, ma adesso c'è il rovescio della medaglia considerando che le aziende di questo settore sono fortemente energivore». Così Miriam Diurni, presidente di Unindustria Frosinone. Il tema è quello del caro-energia. Spiega la Diurni: «Complicato però dire quali sono i settori più esposti. In realtà tutti. Certamente in questo momento guardiamo al chimico-farmaceutico, all'automotive, alle cartiere, alla ceramica. Ma inevitabilmente il discorso è globale.

Alcune aziende stanno valutando la cassa integrazione come strategia, qualcuna già lo ha fatto. Penso che altre seguiranno. In questo momento non abbiamo dati sulle prospettive di rischio, ma la guardia va tenuta altissima. Come stiamo facendo. Le imprese attive in provincia di Frosinone sono 40.478, pari all'8,4% di quelle del Lazio. Il peso del comparto manifatturiero è dell'8,1%, percentuale ampiamente al di sopra di quella regionale (4,6%). In termini di lavoro assorbito, le imprese del manifatturiero in Ciociaria valgono il 25,6% del totale addetti, mentre nel Lazio l'8,6% e in Italia il 21,5%. Frosinone si conferma il territorio a più elevata vocazione industriale del Lazio. Le esportazioni della Ciociaria, nel decennio 2011-2020, sono passate da 4,2 miliardi a ben 6,7 miliardi di euro e l'incidenza sull'export della regione Lazio è cresciuta di 3 punti percentuali, dal 24% al 27%.

Il trend è caratterizzato da ampie oscillazioni, in conseguenza della crescente turbolenza dei mercati internazionali e della marcata concentrazione merceologica dell'export provinciale (i primi due comparti - medicinali e preparati farmaceutici e autoveicoli - coprono oltre l'80% delle esportazioni). Nel 2020, il primo anno della pandemia, le esportazioni provinciali si sono ridotte dell'11,5%, un gap che non è stato recuperato nel 2021 (-11,2% sul 2019) a causa della forte contrazione del settore farmaceutico rispetto al picco registrato nel 2019 (-20%). Questi dati fanno capire perché il caro-energia può avere ripercussioni forti. I settori più colpiti dai costi energetici sono il chimico-farmaceutico, l'automotive, gomma e plastica, carta, ceramica, metalmeccanico, digitale, alberghiero, agroalimentare. Serve un intervento strutturale, non misure tampone o una tantum.

Il presidente Bonomi ha richiesto alcuni interventi che sono prioritari: sganciare il prezzo dell'elettricità da quello del gas, perché ormai il 60% dell'elettricità non è prodotta da gas; mettere un tetto al prezzo del gas (anche solo a livello nazionale se non dovesse intervenire rapidamente l'Unione Europea); sospendere momentaneamente il mercato degli ETS (Sistema Europeo di Scambio di Quote di Emissione), il cui prezzo è quadruplicato in due anni. Ulteriori misure utili potrebbero essere: mettere in campo una Cassa integrazione per l'energia come fatto per la Cassa integrazione Covid (proposta innovativa che sta ricevendo riscontri molto positivi); conferma dei crediti d'imposta; azzeramento degli oneri di sistema; aiuti alle famiglie; instaurare moratorie selettive per sostenere i settori più in difficoltà ed evitare possibili fallimenti; creare un piano organico di razionamenti che non riguardi solo le imprese».

Aggiunge: «A livello regionale bisognerebbe varare un piano sull'energia, accelerare sulle semplificazioni, utilizzare al meglio i fondi europei, promuovere lo sviluppo delle energie rinnovabili». Prosegue la Diurni: «Se siamo preoccupati? Certamente sì. Le ipotesi di razionamenti? Credo che inevitabilmente un tema del genere dovrà essere affrontato in sede di consiglio europeo: il 9 settembre c'è una riunione importante. Va detto che il problema del caro-energia e dell'aumento delle materie prime è emerso già prima della guerra in Ucraina. È fondamentale una riforma del mercato del gas. Sotto la spinta dell'emergenza potrebbero esserci le condizioni per agire mettendo un tetto al prezzo del gas e di sganciare il prezzo dell'elettricità da quello del gas.

Veniamo da anni complicati e durissimi: la pandemia, la guerra, la crisi legata ai costi delle materie prime. Da tempo Confindustria lancia l'allarme, perché a rischio c'è la tenuta del tessuto industriale. Parliamo di posti di lavoro e di reddito».
Il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, intervistato da Rtl 102, ha affermato: «Se oggi ci fosse un terremoto il governo se ne occupa o no? Quello che noi stiamo affrontando è un terremoto economico e il governo può e deve occuparsi di questo tema. Non si possono aspettare due mesi per intervenire su un problema di questa dimensione. Oggi l'industria è un tema di sicurezza nazionale. Un tetto al prezzo del gas? È un anno che Confindustria lo sta chiedendo. Il tetto al prezzo del gas, se non viene fatto a livello europeo, deve essere fatto a livello nazionale.

Nel caso la Russia dovesse sospendere l'invio di gas noi avremmo un buco di 4 miliardi di metri cubi ed è il motivo per cui dobbiamo pensare, nello scenario peggiore, ad una strategia di razionamento. È una scelta politica sulla quale chiediamo di avere una grande responsabilità perché spegnere il sistema industriale italiano vuol dire mettere a rischio migliaia di imprese, migliaia di posti di lavoro, reddito per migliaia di famiglie italiane». Bonomi ha notato: «Tutto quello che è successo nei primi sette mesi di quest'anno ha fatto sì che la cig straordinaria sia aumentata del 45% rispetto all'anno precedente. Quindi un dato che ci deve mettere in allarme, far riflettere e non farci trovare impreparati in caso d'emergenza. Quindi se dovessero venire a mancare, effettivamente, quattro miliardi di metri cubi di gas supposti, vuol dire spegnere quasi un quinto delle industrie italiane».