Le mani sul secondo livello. Su chi ha contatti con i grossisti romani e poi rifornisce di droga le varie piazze di spaccio di Frosinone. Con la cocaina in grado di arrivare a destinazione anche nel periodo di lockdown più duro. È questa l'ipotesi investigativa che ha condotto la squadra mobile a chiudere il cerchio su un gruppo di quattro persone nei confronti delle quali è stata eseguita una misura cautelare. Le prime erano scattate una ventina di giorni fa, mentre l'altro giorno anche l'ultima misura è stata eseguita.

Le ordinanze sono state seguite dalla polizia a carico dei frusinati Alex e Massimo Frattali, Gerardo Pisani e Antonio Ianni. Il primo, nonché ultimo ad esser stato raggiunto dalla misura, si trova in carcere in attesa dell'interrogatorio di garanzia già fissato per oggi. Pisani e Massimo Frattali, invece, hanno ottenuto gli arresti domiciliari, mentre Antonio Ianni, che all'inizio ha avuto il divieto di dimora, ora non ha più la misura in quanto è in affidamento in prova, dopo il patteggiamento a tre anni a seguito di un arresto in flagranza avvenuto nel corso dell'operazione.

Tra le caratteristiche che hanno colpito gli investigatori, diretti dal questore Domenico Condello e dal dirigente della squadra mobile Flavio Genovesi, quella di essersi mossi pure durante la prima fase del Covid, in pieno lockdown. Quando, cioè, non si poteva uscire di casa se non per andare a fare la spesa o in farmacia e non si potevano visitare nemmeno i parenti. Eppure, anche allora, la domanda di droga è rimasta invariata se non addirittura aumentata. Con la gente rinchiusa, annoiata dalla forzosa permanenza nelle quattro mura domestiche, le richieste sono continuate tanto che, per più di qualcuno, le forniture arrivavano direttamente a domicilio. E non è un caso che l'operazione sia stata denominata "Coprifuoco".

Le accuse mosse dalla procura di Frosinone, sulla base degli elementi raccolti dalla Mobile, si sono concentrate, come spiegato dalla questura, su «un agguerrito gruppo criminale da tempo dedito all'acquisto, trasporto e detenzione illecita ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti». Nel mirino sono finiti oltre a personaggi locali anche elementi di origine albanese, sospettati di aver monopolizzato le attività, attraverso l'allestimento di centrali di spaccio in alcune zone nevralgiche del capoluogo ciociaro, ovvero nella parte alta della città (case del comune di via del Cipresso e via Garibaldi) e allo Scalo (via Bellini).

Secondo l'accusa avrebbero riorganizzato, con «nuove e funzionali alleanze con le famiglie malavitose storicamente dedite a tali illecite attività, lo spaccio continuativo, sul modello "Scampia", presso il famigerato plesso di edilizia popolare denominato "Casermone-Piramide", di viale Spagna, dove i sodali organizzavano veri e propri turni di vigilanza delle vie d'accesso e presidiavano le basi di spaccio per consentire le operazioni di cessione ai clienti/consumatori», spiegano dalla questura.

Riscontrate, quindi, continue violazioni del lockdown attraverso un sistema di consegne a domicilio dello stupefacente. Emblematico è il caso di un indagato che, approfittando della possibilità di poter circolare liberamente grazie alla sua appartenenza ad una cooperativa di assistenza ai disabili, ha effettuato svariati trasporti di sostanza stupefacente per conto del sodalizio da Roma a Frosinone. E per comprovare questa circostanza durante uno di tali viaggi, è stato fermato e arrestato dai poliziotti con un ingente quantitativo di cocaina.

L'approvvigionamento della cocaina, secondo quanto ricostruito dalla polizia, avveniva da esponenti della malavita organizzata nello scacchiere sud della Capitale. Nel corso dell'attività di indagine, la squadra mobile ha sequestrato circa 3,5 chilogrammi di cocaina e la somma di 115.000 euro circa a testimonianza delle ingenti risorse economiche dell'associazione. Il denaro è stato trovato in un'intercapedine in cartongesso all'interno di una delle basi minori di spaccio, nella zona alta della città, «circostanza sintomatica della particolare espansione e delle caratteristiche imprenditoriali del fenomeno», evidenziano dalla questura.

Un fenomeno particolarmente diffuso, come dimostrato dai continui sequestri effettuati anche all'interno di complessi residenziali di edilizia popolare, dove erano stati occupati svariati appartamenti che erano così utilizzati per il confezionamento e lo stoccaggio della sostanza fino allo spaccio vero e proprio.

Nel corso delle indagini sono emersi «alcuni gravi ed allarmanti episodi estorsivi, avvenuti tramite danneggiamenti seguiti da incendio ad abitazioni private ed auto, in parte finalizzati al conseguimento degli interessi criminali del sodalizio, che si è appurato avvalersi a tal fine dell'uso di armi e di metodi violenti di intimidazione nei riguardi delle inadempienze degli stessi compartecipi e di chiunque è risultato intralciarne gli interessi criminosi - fanno notare dalla questura - Inoltre l'attività poteva contare su un ampio bacino di "manovalanza" cui attingere per sopperire a defezioni conseguenti ad arresti o per altre contingenti motivazioni, tra cui allontanamenti per motivi "disciplinari"; fenomeni più volte rilevati nel corso delle indagini, nei confronti di coloro che si sono resi responsabili di gravi mancanze, potenzialmente causa di indesiderate "attenzioni investigative", dinamiche interne emblematiche del radicamento dei fenomeni delittuosi e della spiccata tendenza a delinquere dei componenti della compagine criminale». I quattro sono difesi dall'avvocato Marco Maietta.