«Dobbiamo insegnare ai nostri figli ad avere coraggio». Questo il messaggio più forte che Maria Tuzi ha lanciato a poche ore dalla sentenza di primo grado del processo Mollicone. Una sentenza che ha assolto tutti gli imputati: l'ex maresciallo Franco Mottola, la moglie Anna Maria e il figlio Marco per insufficienza di prove. Gli ufficiali Vincenzo Quatrale e Francesco Suprano con formula piena. Per la Corte d'assise di Cassino, dunque, completa estraneità rispetto alle terribili accuse legate alla morte di Serena avvenuta 21 anni fa. La figura del brigadiere Santino Tuzi e la sua morte sono strettamente legate per la procura a quella della studentessa.

Che resta, dopo tutti questi anni, ancora senza un colpevole. E mentre occorrerà attendere novanta giorni per le motivazioni della sentenza - letta dal presidente Capurso il 15 luglio scorso dopo oltre otto ore di camera di consiglio - Maria Tuzi vuole andare avanti. Per suo padre ma anche per i suoi figli.

A pochi giorni dalla sentenza, le tue lacrime e l'abbraccio con uno dei carabinieri che ha aiutato il pm nelle indagini restano forse due delle immagini-simbolo di questo processo. Come ti senti?
«Sto ammortizzando pian piano la notizia, mi sto riprendendo. Sono stata per diversi giorni tramortita: ci sono stati ben diciassette mesi di udienze. A livello psicologico eravamo devastati anche perché in aula abbiamo affrontato un po' di tutto: le foto che abbiamo visto, le prove che sono state tirate fuori. Tutto quello che abbiamo sentito su Serena e su mio padre. E poi persone che hanno dichiarato di non ricordare niente... E che ci hanno lasciati soli. Alla lettura della sentenza eravamo già al limite».

Il primo pensiero che hai avuto alla lettura del dispositivo?
«In quel momento sono rimasta di ghiaccio. Ho ricordi molto limpidi fino alla parola "assoluzione". Poi ho dei ricordi parziali: non ricordo, ad esempio, di aver visto i giudici uscire dall'aula. Non ricordo il momento in cui ho pianto sulla spalla dei carabinieri che hanno coadiuvato la dottoressa Siravo. Molti i vuoti. Mi hanno detto che ho rincorso Suprano: in prima battuta non rammentavo neppure quello. Eravamo sopraffatti dalle emozioni, non solo del giorno della sentenza. Poi alcuni atteggiamenti in aula ci hanno fatto crollare: alcuni gesti ci hanno sconvolto».

Perché quella reazione proprio con Suprano?
«Ho chiesto a Suprano di dire la verità, mi hanno raccontato. Credo per il rapporto che aveva con papà: un rapporto di amicizia profonda che andava oltre il lavoro. Se facevano insieme il turno di mattina, ad esempio, di pomeriggio trovavano comunque il modo per stare insieme. Mi aspettavo che scendesse in campo accanto a me in difesa di mio padre. A farmi male forse proprio questo: non è un caso se inizialmente i miei familiari e io ci siamo rivolti proprio a lui, sapendo quanta stima mio padre gli riservasse».

Cosa hai provato nell'ascoltare la voce di tuo padre in aula durante il processo?
«L'avevo già sentita ascoltando gli audio prima che fossero riprodotti in aula. Ero pronta. Quelli del 28 marzo non mi spaventano: si sente la sua voce tesa ma non preoccupata. Quelli che mi hanno fatto male, invece, sono quelli del 9 aprile. Quando sa che deve ritrattare, non vuole farlo. E ha paura. Sì, ho pensato che avesse paura».

Un processo difficile, affrontato accanto all'avvocato Elisa Castellucci. Ma anche a un'altra donna che è parte ora del tuo "cammino": Consuelo Mollicone. Avete preso il testimone di Guglielmo?
«Se il processo è partito, oltre al lavoro degli inquirenti, è anche grazie a Guglielmo. Alla sua battaglia. Perché solo ora mi rendo conto davvero della sua forza di volontà e della sua difficoltà. Lo sforzo immenso nel voler chiedere giustizia per Serena. Per noi è giusto che il suo lavoro non sia vanificato. Lo dobbiamo a lui, a mio padre e ovviamente a Serena. Bisogna andare avanti, cercare in ogni angolo la verità. Anche se non sarà facile».

Dai social una valanga di messaggi. Di ogni genere, pure proposte di flash mob. Ce n'è uno in particolare che ti ha colpita?
«Ho tanti amici che anche durante il processo mi hanno esternato vicinanza profonda ma non credevo che mi fosse riservato tanto affetto. Messaggi con parole bellissime, tanto sostegno. Per me, papà e Serena. Ma non avevo idea: dalla sentenza una ondata travolgente. Ho cercato di rispondere a tutti privatamente, ogni frase e ogni pensiero è stato bellissimo. Quello che mi ha colpito di più? Un vocale semplice: "Non in mio nome". Ho avuto la pelle d'oca. Ma sono stati tutti intensi. Mi è stato chiesto di andare nelle scuole e raccontare la mia storia - non commentare la sentenza (che ovviamente non è definitiva, ndr) - per insegnare ai nostri ragazzi un'altra cosa dal valore inestimabile: ad avere coraggio. Soprattutto ad avere il coraggio delle proprie idee, nonostante questo non sempre porti a una vittoria».

E lo farai? Per far capire - al di là della sentenza - che il coraggio si può tirare fuori da qualche "cassetto nascosto"?
«Non lo escludo, non so. Ma di una cosa sono certa: il coraggio può essere tirato fuori. Le mie ex compagne di classe mi ricordano come una ragazza riservata, timida, molto tranquilla. Nessuno pensava che avessi questa grinta. Quindi è giusto insegnare ai ragazzi ad avere coraggio. Dare ai giovani la speranza di poter lottare, dar loro il coraggio per dire di no a ciò che ci appare come un'ingiustizia. O per una cosa per la quale vale la pena battersi. Sono certa che se Serena, con l'esempio forte di Guglielmo, fosse stata in aula come una delle tante testimoni, non si sarebbe mai tirata indietro nel dire la verità».

Cosa hai detto ai tuoi figli la sera della sentenza?
«Quella sera sono tornata a casa e ho scosso la testa. Poi sono scoppiata a piangere. E mi hanno abbracciata. Solo dopo mi hanno detto: a che serve battersi così tanto? Io non voglio lasciargli questo messaggio negativo. Devo essere coraggiosa, per loro. Serve coraggio per scavare e trovare la verità. Lo devo a mio padre. Ma non solo. Abbiamo - parlo anche di Consuelo - un bel compito da svolgere».

Invece, sul fronte giudiziario andrete avanti?
«Attendiamo le motivazioni e sicuramente andremo avanti. Le sentenze, come si sa, non si commentano. Per la legge tutti gli imputati sono innocenti. La accettiamo, certamente. Ma una volta che verranno depositate le motivazioni valuteremo tutte le strade. Intanto continueremo a cercare la verità. Con forza».