Assolti. Dopo undici anni. Lacrime, pacche sulle spalle, abbracci: sono state queste le prime reazioni della famiglia Mottola dopo la lettura del dispositivo alle 19.30 di ieri, in un'aula di Corte d'assise gremita all'inverosimile. L'ex maresciallo Franco Mottola, la moglie Anna Maria e il figlio Marco assolti per insufficienza di prove. Vincenzo Quatrale (che di anni ne ha attesi cinque) e Francesco Suprano perché il fatto non sussiste.

Una tensione sciolta in pochi minuti, dopo un processo difficile e una giornata sfibrante che si era già aperta con un colpo di scena: la richiesta da parte dei pm Beatrice Siravo e Maria Carmen Fusco di far ascoltare un testimone a sorpresa, un barbiere. A sparigliare le carte sarebbe potuto essere un post su Facebook, un commento lasciato da un barbiere di Arce sul colore e taglio di capelli allora di Marco in risposta al professor Lavorino. La Corte d'assise presieduta dal dottor Massimo Capurso si ritira a pochi minuti dall'apertura dell'ultima vera udienza del processo Mollicone. Tra parti col fiato sospeso e un esercito di cronisti increduli. Pochi minuti, quelli necessari a confrontarsi. Poi la prima decisione della giornata: testimone non ammesso. Si passa alle repliche.

Le repliche
L'ex maresciallo Franco Mottola, impeccabile nella camicia a strisce bianca e blu, colletto inamidato, guarda con intensità l'avvocato Germani, quando prende la parola. Poco prima, fuori dall'aula, aveva ribadito di essere «tranquillo, come sempre». Ma prima delle repliche dello storico avvocato della famiglia Mottola a prendere la parola è stato l'avvocato Marsella, sempre del pool coordinato da Lavorino. «Adesso siamo giunti alla fine di questo travagliato processo durante il quale abbiamo cercato di avere un profilo basso, sempre rispettoso nei confronti di Serena e dei suoi familiari. Adesso è giunto il momento della decisione. Riteniamo che tutti gli elementi indiziari che hanno portato all'apertura del processo siano crollati e che di essi non rimangano che delle congetture. Così riteniamo che l'ipotesi di depistaggio non sussista; il movente è crollato.

Abbiamo cercato di dimostrare con le consulenze che la porta non è l'arma del delitto. E che non possa dirsi attendibile Tuzi: altrimenti non si riuscirebbero a spiegare i silenzi di Quatrale e Suprano» afferma Marsella. Che poi parla ancora delle indagini sull'auto, sull'appartamento sfitto, sugli accertamenti del Ris e sull'assenza di tracce di Serena e di Marco. «Il ragionevole dubbio non è stato superato - continua - i dubbi sulla responsabilità penale degli imputati sono tantissimi. Ritengo che gli imputati debbano andare assolti: Montesquieu diceva che un'ingiustizia fatta a un individuo è una minaccia a tutta la società. Noi in quest'aula dobbiamo rispettare le leggi e lo Stato di diritto e i precetti che il Codice ci dice».

Ed è proprio dai dubbi che riparte Germani nelle sue repliche. «Nel momento decisivo vi affido un interrogativo. Perché tre egregi rappresentanti dell'Arma dei carabinieri, tre militari integerrimi improvvisamente avrebbero deciso insieme di buttare via la divisa, la loro coscienza, al vento i loro destini e le loro famiglie? Per rendersi correi di un delitto, di un omicidio - scandisce Germani - Noi parliamo di un o-m-i-c-i-d-i-o!» tuona soffermandosi sulle sillabe.

«Perché tre sottuficiali sul cui comportamento fino ad allora non vi era nulla, senza alcun motivo né prebenda decidono di rendersi complici di un terribile delitto e cambiano in un'ora il loro destino? Per fare cosa? Non c'è una spiegazione, a meno che nella sentenza arriviate a scrivere che i sottufficiali abbiano cambiato in modo patologico e improvvisamente il loro modo di essere: nessuna spiegazione ragionevole. Un ultimo appello ai giudici non togati: siate sereni. Quasimodo, poeta a me caro, scriveva: "Ognuno sta solo sul cuore della terra/trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera". Signori il cuore della terra per voi è in quest'aula e nella camera di consiglio. E quindi vi chiedo di entravi forti solo delle vostre idee. Del vostro coraggio» conclude intorno alle 11.30.

La giornata è stata durissima, in tanti hanno raggiunto il tribunale. Anche i genitori di Marco Vannini, che i pm avevano nominato durante la requisitoria. L'attesa è stata snervante. La lettura del dispositivo arriva alle 19.30 in punto. Poi lacrime e abbracci tra gli imputati mentre le reazioni, con una folla che ha seguito i Mottola anche in piazza, hanno occupato la scena. "Vergogna!", "Questa non è giustizia!" hanno continuato a urlare fino a che i Mottola sono entrati in un bar. Con le forze dell'ordine schierate che hanno evitato che la situazione potesse degenerare.

«Siamo sempre stati convinti della nostra innocenza» ha commentato a caldo l'ex maresciallo Mottola, mentre si faceva strada verso l'auto. «Non lo vogliono trovare l'assassino» ha risposto Anna Maria ai cronisti. Marco questa volta ha parlato, ma solo per difendere i genitori. «Non ci aspettavamo una reazione del genere. Ci siamo sempre dichiarati innocenti» ha aggiunto l'ex maresciallo dalla conferenza stampa successiva alla sentenza. «Mi dispiace per Serena, se potessi prenderei io stessa l'assassino» afferma Anna Maria. E aggiunge: «Siamo feriti dalle calunnie».