Verità. Verità sulla morte di Serena, sulla sua atroce fine, sulla sua vita spezzata. Verità per gli imputati, che la invocano allo stesso modo. Non è certo una parola palindroma, ma a sentirla pronunciare da parti così fortemente contrapposte, da un intero territorio che si prepara, ne prende quasi il significato. Dall'ultima discussione a oggi, giorno della sentenza di primo grado del processo Mollicone, non si è parlato di altro: nei bar, negli uffici, nei corridoi del tribunale. Ognuno ha sentito questo processo come suo, questa storia in modo personale. Perché come disse il legale di Antonio e Guglielmo Mollicone - l'avvocato De Santis - nell'orazione funebre per il maestro, la lotta del padre coraggio è diventata un simbolo. Un modo di essere di chi non si rassegna.

A non arrendersi mai, a cercare contro ogni porta chiusa la verità, è stato proprio Guglielmo, morto a maggio del 2020 dopo un lungo coma. La sua assenza oggi peserà moltissimo, ma il testimone è stato affidato alla famiglia: al fratello Antonio e alla sorella Armida (con l'avvocato Nardoni). Alla figlia Consuelo, con i legali Salera e Iafrate. E a Maria Tuzi, che insieme all'avvocato Castellucci, hanno mantenuto forte il timone, udienza dopo udienza, per Guglielmo e per Santino. Ben 55 udienze dal 19 marzo del 2021, traslate all'università a causa della pandemia. Poi nel tribunale di piazza Labriola. Rallentate dal Covid ma non nell'intensità. Quasi 140 testimoni chiamati a raccontare dopo vent'anni dettagli preziosi, a volte difficili.

Oggi, dopo le repliche affidate all'avvocato storico della famiglia Mottola - Germani - la Corte d'assise di Cassino presieduta dal dottor Capurso entrerà in camera di consiglio, che si preannuncia molto lunga. E inizierà la sfibrante attesa degli imputati, che con un pool d'attacco - guidato dal professor Lavorino - hanno cercato di smontare le accuse della procura. I pm Siravo e Fusco, al termine della lunga requisitoria - in cui hanno tirato in ballo l'omicidio Vannini - hanno avanzato richieste durissime: per l'ex maresciallo Franco Mottola, 30 anni. Per Marco Mottola, ritenuto l'autore del colpo mortale, 24; 21 per Anna Maria. Per il luogotenente Vincenzo Quatrale chiesti 15 anni di reclusione per concorso in omicidio: l'ipotesi di istigazione al suicidio nei confronti di Santino Tuzi riformulata in omicidio colposo e per questo prescritta. Per l'appuntato scelto Francesco Suprano, invece, la richiesta è stata di 4 anni per l'ipotesi di favoreggiamento.

Per la procura la porta dell'alloggio sfitto a trattativa privata resta l'arma del delitto contro cui Serena viene scaraventata dopo una lite avvenuta il 1° giugno del 2001. Poi abbandonata nel bosco di Fonte Cupa e ritrovata due giorni dopo. Per le difese degli imputati - gli avvocati Germani, Mancini, Meta, Marsella, Di Giuseppe, Candido e D'Arpino - le accuse invece non sarebbero solide: mancherebbero passaggi logici e certezze scientifiche. Santino Tuzi non avrebbe visto entrare Serena quel giorno in caserma, gli ordini di servizio imprecisi non sarebbero contraffatti. In mezzo, una serie di perizie portate in aula per convincere i giudici. Dall'altra parte, invece, quelle redatte dalla professoressa Cattaneo - che trasportò il corpo di Serena al Labanof dopo l'esumazione del 2016, per ascoltare cosa poteva raccontare - da luminari come Magni e Pilla. Una guerra accesissima in aula, prima della sentenza, che non ha risparmiato colpi di scena. Oggi, per tutti, è davvero il girono dei giorni.