Marco Mottola non c'è in aula quando il pm Beatrice Siravo sferra l'attacco durante la lunghissima - a affatto conclusa - requisitoria. Ci sono i genitori (l'ex maresciallo Franco Mottola e la moglie Anna Maria) accanto agli avvocati, che seguono l'analisi dell'accusa. E spesso scuotono la testa. Ci sono gli altri imputati, Vincenzo Quatrale e Francesco Suprano. Che ascoltano, come sempre.

L'udienza di ieri è la prima successiva alla chiusura del dibattimento e la tensione si avverte. Il caldo, con il sistema di raffreddamento che si blocca all'improvviso, gioca un duro colpo. Ma il pm Siravo, accanto alla collega Carmen Maria Fusco, non si piega e va avanti snocciolando una decina di punti che rappresentano - per quanto esposto fino alle 17.30 circa - i pilastri della tesi accusatoria. L'arma del delitto per il pm resta la porta e «l'incastro delle consulenze non ammette dubbi: ci dimostra che quella porta e solo quella porta è l'arma del delitto di Serena Mollicone. Dato per assodato che è quella porta all'interno di quell'appartamento, sul cui balcone c'è quella caldaia - afferma il pm Siravo - chi è il collegamento di Serena con l'appartamento a trattativa privata? Noi abbiamo detto: Marco Mottola. Anche senza le dichiarazioni di Tuzi, per quanto affidabili, tutto porta a lui».

La genesi dell'indagine
L'arma del delitto per la pubblica accusa è l'alloggio a trattativa privata. «Quando ho iniziato avevamo pochi elementi e nessuna speranza in un "risveglio delle coscienze". E anche io all'inizio ero perplessa sull'ipotesi dell'omicidio in caserma perché non riuscivo a comprendere come mai Tuzi avesse fatto quelle dichiarazioni, poi la ritrattazione e la "ritrattazione della ritrattazione". L'unica speranza è che ce lo dicesse Serena dal Labanof. E così è stato» ha argomentato il pm Siravo. «Riteniamo che le consulenze tecniche tra loro incastrate, in base al principio della convergenza, siano una prova non logica ma rappresentativa che ci stava indicando il legame tra il tema da provare e l'oggetto rappresentato» continua il pm. L'oggetto su cui si concentrano le attenzioni è proprio la porta: il cranio di Serena può aver creato il foro? La professoressa Cristina Cattaneo, argomenta il pm, risponde «assolutamente sì». «Ecco il motivo della scelta della riesumazione del corpo di Serena». Non senza valutare gli esperimenti del pugno, sia del padre che del figlio - pugno tirato secondo le dichiarazioni da Franco Mottola dopo una lite col Marco - ma «quello dell'ex maresciallo aveva una configurazione particolare e non viene ritenuto compatibile». «Ragionevolmente più simili le fratture del cranio di Serena col segno sulla porta. Così attraverso la tac si arriva a evidenziare un'ottima compatibilità tra il 3d della porta e il 3d del cranio: la testa si incastra perfettamente. I pugni no: fate la prova quando andate in camera di consiglio» afferma rivolgendosi ai giudici. «Non lo dice solo la Cattaneo» continua. Sull'altezza di Serena, poi, sottolinea: «Il cadavere può dare una risposta diversa, rispetto all'altezza. Inoltre potrebbe essere stata sollevata sulle suole o comunque poteva avere una posizione particolare, come dice la Cattaneo. Le variabili sono tantissime».

Il metodo Gambirasio
La Cattaneo ha applicato a Serena il metodo di Yara Gambirasio: «Un approccio globale a tutto il corpo affinché emergesse qualche traccia. Ha immerso il corpo in un bagno, ha filtrato, ha rilevato tutti gli elementi». Poi l'arrivo dei militari del Ris, il transfer test, la simulazione della particelle: «I frammenti sul nastro che avvolgeva la testa di Serena sono coerenti per morfologia, posizione e numero a quelli generati col transfer test». E la vernice sulla caldaia: «Macchiette di ruggine rilevate sul frammento isolato sul nastro coerenti dal punto di vista chimico». Non solo. Il pm Siravo poi parla della colla: «la stessa natura dell'incollaggio della porta di truciolato». «Nel legno in natura non esiste la colla. Quella animale corrisponde esattamente alla colla della porta». La porta è dunque per il pm «l'arma del delitto al di là di ogni ragionevole dubbio, tutto discende dalle consulenze che sono il cuore dell'intero processo. Il loro incastro non ammette dubbi. Ci dimostra che quella porta e solo quella è l'arma del delitto di Serena». «Chi è il collegamento con l'appartamento a trattativa privata? Non può esser che Marco l'autore del colpo inferto tra le 11 e le 11.30 nell'appartamento a trattativa privata».
«Ricostruiamo gli ultimi movimenti di Serena» continua. «Dopo aver eseguito l'ortopanoramica a Sora Serena sale nella Y10 bianca di Marco che le dà un passaggio, si fermano al bar dove fu vista litigare con lui; poi va in piazza ad Arce. Però, dimentica i libri, che aveva probabilmente lasciato in auto: per questo va in caserma. E viene aggredita. Il movente dell'omicidio? Proprio il litigio. Anche se non ne conosciamo il contenuto. Sicuramente non sentimentale, dato che Serena era fidanzata. E che con Marco non c'era nulla. C'era una questione tra Serena e Marco: litigano. Magari una questione legata al mondo della droga». Quindi il pm accende i riflettori sull'ipotesi dell'occultamento del corpo. «A trasportare il corpo a Fonte Cupa fu l'ex maresciallo e sua moglie Anna Maria dopo la mezzanotte del primo giugno. Lo dimostrano gli avvistamenti di Franco e Anna Maria e i tabulati telefonici - spiega il pm - La donna tra la mezzanotte e l'una del 2 giugno avrebbe aiutato il marito a disfarsi del corpo di Serena nel boschetto. Lo comproverebbe il traffico telefonico in uscita e in entrata da casa Mottola. E la ricostruzione di un teste». «Franco dopo essere rientrato dalla prove per la festa dell'Arma non è più sceso dall'alloggio perché impegnato a far morire Serena mettendole il nastro adesivo attorno al corpo. Mentre Marco era stato fatto allontanare subito» lancia l'offensiva. Capitolo a parte e quello dedicato ai presunti depistaggi. «Franco sposta le indagini al 2 e non è poca cosa. Per moltissimo tempo c'erano in atti solo i tabulati del pomeriggio» continua, soffermandosi sugli oltre 25 giorni di ritardo delle annotazioni. «Mottola prende tempo, verbalizza in ritardo. Non è sciatteria non aver verbalizzato Belli ma è depistaggio. Così pure le ricerche della Lancia Y bianca».

Tuzi e le sue parole
Le dichiarazioni di Tuzi, che permettono di far riaprire le indagini e indicano dove guardare, sono considerate pienamente attendibili. «Presumo che la voce che chiese di aprire fosse quella di Marco Mottola per far entrare Serena, dice il brigadiere» continua il pm. «Ma fondamentale è il dettaglio della borsa, quella a forma di parallelepipedo, che non verrà mai più ritrovata: solo le amiche di Serena potevano conoscere questi dettagli». Il 28 marzo 2008 Tuzi dice di aver visto entrare una ragazza in caserma, poi il 9 ritratta, quindi ritratta la ritrattazione. «Tuzi si suicida perché aveva davanti agli occhi il fantasma di Belli. Perché temeva di fare la sua stessa fine. E Quatrale, secondo la procura, avrebbe fatto pressioni su Tuzi affinché ritrattasse» continua il pubblico ministero.