Tra la valanga di documenti prodotti ieri per essere acquisiti la difesa di Maria Tuzi, rappresentata dall'avvocato Elisa Castellucci, ha chiesto di inserire alcune certificazioni del medico curante di Santino Tuzi ovviamente antecedenti al suicidio. Il brigadiere che per primo indicò la presenza di Serena in caserma, dando alle indagini una svolta clamorosa, non era depresso. Anzi, secondo la documentazione medica prodotta avrebbe chiesto di poter eseguire «analisi di routine per uomini di quella età». Che senso avrebbe dunque avuto sincerarsi dello stato di salute per poi uccidersi?

«Quando ho iniziato il lungo percorso per la verità sul suicidio di mio padre ho cercato di capire tutto, quindi anche se fosse o meno depresso. Per questo mi sono recata dal suo medico curante, per andare a fondo - spiega la figlia Maria - Il professionista ha certificato che mio padre assolutamente non fosse depresso né ansioso. Era tranquillo. Aveva fatto richiesta, tra l'altro, di alcuni accertamenti di salute che vanno fatti a quell'età: non voleva suicidarsi. Non ne aveva alcun motivo, prima del 28 marzo. Ha vissuto da quella data fino all'11 aprile - quando è stato trovato morto - momenti tragici. Si sono susseguiti avvenimenti importanti nella sua vita, incontri anche con superiori della sua scala gerarchica. Questo è chiaro».

Ieri a chiusura del dibattimento il presidente Massimo Capurso ha nuovamente dettato i tempi dell'ultima fase, quella che porterà il prossimo 15 luglio alla sentenza a carico dei Mottola - l'ex maresciallo Franco, la moglie Anna Maria e il figlio Marco - e i due ufficiali coinvolti: Vincenzo Quatrale e Francesco Suprano. Venerdì parola ai pm, lunedì 4 luglio alle parti civili; il 6 e il 7 alle difese. Poi eventuali repliche.

Tre sedi di discussione (università, Corte d'assise e aula "Magliocca"), quarantasei udienze dibattimentali e altre cinque per discussioni e repliche. Si chiude con questi numeri il dibattimento del processo aperto sull'omicidio di Serena Mollicone, a ventuno anni di distanza dall'efferato delitto. Con tante questioni da affrontare, altrettanti nodi da sciogliere e un mistero da chiarire, viste le testimonianze rese ieri: l'identità della ragazza che somigliava a Serena - che per le difese dei Mottola era Serena - avvistata in pizzeria con un giovane dai capelli ricci, con gli orecchini e l'acne.

In aula ieri la "seconda sosia" della studentessa di Arce (la prima è stata ascoltata mercoledì scorso chiarendo di non essere stata lì) ha risposto con molti "non ricordo", confermando quanto contenuto nel verbale firmato dalla polizia nel 2002. La presunta sosia ha ammesso di aver frequentato il locale ma non nei tempi indicati nella ricostruzione. «Non sono mai stata al mercato ad Arce. Dal '99 al 2003 vivevo a Isola del Liri e non ero una che usciva molto» aggiunge. «Si andava a mangiare un pezzo di pizza la sera con gli amici ma di giorno quasi masi perché lavoravo alla pompa di benzina dalla mattina alla sera e in pausa pranzo tornavo a casa» spiega l'altro testimone che - secondo al descrizione fornita - sarebbe dovuto essere proprio il giovane visto con la ragazza vista in pizzeria nel primo pomeriggio del 1° giugno 2001.

«Mi chiesero se conoscessi Serena. Dissi sì: era su tutti i giornali ma non la conoscevo né di vista né personalmente» aggiunge. Le difese hanno quindi chiesto l'ammissione di numerose produzioni documentali: quelle del medico curante di Tuzi accanto a quelle delle difese dei Mottola: attraverso le foto prodotte sarebbe possibile stabilire il termine dell'ispezione cadaverica; ancora una produzione di foto in relazione al colore dei capelli di Marco Mottola nel noto filmato dei funerali. Altra questione: quella della vettura bianca. «La Y10 fu prodotta a doppio marchio (Lancia e auto Bianchi).

Con questa produzione vogliamo dimostrare da dove nasce la confusione» argomenta l'avvocato Di Giuseppe per i Mottola. Forte l'opposizione del pm Fusco su diversi punti.
Poi la Corte scioglie la riserva sull'acquisizione delle sit di Simonetta Bianchi: per il presidente Capurso «non ci sono elementi per dire che sia stata avvicinata o minacciata». Quindi verrà acquisita la sua testimonianza dibattimentale. Si torna in aula il prossimo primo luglio per la requisitoria dei pm Beatrice Siravo e Carmen Maria Fusco.

di: Carmela Di Domenico