Tuzi ostaggio delle pressioni. Avrebbe affrontato la scelta del suicidio «come unica via di fuga da determinate situazioni» secondo i consulenti della difesa Mottola, il professor Carmelo Lavorino e il dottor Enrico Delli Compagni. Ancora una volta cruciale nel processo Mollicone è stata la figura del brigadiere Santino Tuzi, perno anche della tesi dell'accusa. È Santino ad aver detto di aver visto Serena entrare in caserma: parole che aprono a nuovi scenari sulla morte della studentessa.

Per questo l'ultimo interrogatorio del brigadiere, insieme all'analisi delle reazioni del militari, appaiono importanti per approfondire il delitto Mollicone, il cui processo è davvero alle battute finali. La Corte ha disposto un'udienza extra, quella di lunedì, poi la chiusura del dibattimento. «Sospettato sì, come tutti. Ma leale onesto, intelligente, ligio al dovere. Come poteva, se avesse visto entrare Serena, aver collaborato a un disegno criminale?» afferma il criminologo Lavorino, portavoce del pool dei Mottola.

«Se avesse sentito il rumore del corpo di Serena non lo avrebbe taciuto - continua Lavorino - E poi perché tenere una porta, considerata dalla procura l'arma del delitto, alla mercé di tutti? Noi facciamo ipotesi verso tutti ma poi è chiaro che dobbiamo andare a valutare altri aspetti». E spiega: «Ho sempre sospettato di tutti, l'elemento discriminante è l'assenza delle tracce papillari di Tuzi: vennero verificate le impronte papillari, che non c'erano».
Nessun dubbio che si sia trattato di suicidio: dall'analisi del Ris e da una valutazione criminalistica era chiaro. Come sarebbe chiaro al professor Lavorino il fatto che «la comparazione con l'impronta papillare è stata fatta con 300 persone: comparazioni negative. Comprese quelle con Belli, con Tuzi e con gli imputati. Ciò significa a nostro avviso che queste persone per la stessa ragione devono essere "escluse". Al 95% quella impronta è dell'assassino e al 5% di un probabile complice. Occorre rintracciare chi l'ha lasciata. Una delle critiche che facciamo alla teoria del crimine è che si è partiti sui Mottola e non si è più tornati indietro».

Visto il confezionamento, l'assassino o gli assassini (complice incluso) avevano «con Serena un attaccamento deviato». Suicidio: era evitabile? Il suicidio si poteva evitare? Secondo la dettagliata analisi dello psicologo forense Enrico Delli Compagni «il brigadiere Tuzi si è trovato in una situazione di difficoltà perché era una situazione asimettrica. Uno squilibrio di forza importante. La sovrapposizione di forze potrebbe aver influito sulla sua psiche» rendendolo fragile. «Tuzi è stato ascoltato per 7 ore e 20 minuti e conferma di aver visto Serena fuori dalla registrazione. La lunghezza del tempo dell'interrogatorio è di per sé una chiara pressione psicologica. Ma se Tuzi vede Serena dal monitor, riporta ricordi che non poteva avere come i colori degli abiti. Lui parla come se fosse un "sistema operativo" in cui le informazioni vengono aggiornate dalle pressioni che lui riceve».

Tuzi, continua Delli Compagni, ha paura di perdere la divisa: «Sarà costretto a rimanere lì per 10 ore, gli viene negato l'avvocato. Si sente impotente perché pensa "io non posso difendermi". Risponde con dei cliché alle pressioni, a frasi tipo: "Loro escono puliti e tu la prendi in quel posto, ma pesante!"». Lo psicologo forense "seziona" tutto il passaggio dal 28 marzo al 9 aprile 2011, quando fece delle rivelazioni per poi ritrattare. E arriva alla conclusione che la scelta del suicidio «sia apparsa come unica via di fuga per evitare determinate situazioni».

Quatrale, aggiunge il dottore, non fa pressioni. «Quatrale non ha influenzato la ritrattazione. La posizione di Tuzi era chiara ed era chiara la paura di essere incastrato, lo dice al suo avvocato. E anche nella richiesta dell'avvocato durante l'interrogato rio». Ascoltati poi il fornitore della pizzeria dove la titolare vede una ragazza che ritiene sia Serena, che "smentisce"il ricordo messo nero su bianco. E la presunta sosia della studentessa di Arce che chiarisce i dubbi: «Non ero io, a quell'ora (quella del presunto avvistamento della "sosia", ndr) lavoravo».