In aula ieri anche i consulenti delle parti civili, la professoressa Laura Volpini e la criminologa Roberta Bruzzone. Proprio la dottoressa Bruzzone, della difesa Nardoni, ha dichiarato: «Non ho ben chiaro quale sia la componente tecnica di questo lungo elenco di informazioni che già avevamo. Invece posso dire che la testa di Serena Mollicone ha impattato contro quella porta e non contro una porta simile a quella». Sulle tracce sul nastro afferma: «Su quel nastro ci sono pochissime tracce. L'unico profilo di Dna attribuibile è frutto di contaminazione successiva - afferma la criminologa - Chi lo ha maneggiato è stato davvero molto cauto e ha agito senza lasciare traccia.

Basta considerare che, come spiegato ampiamente nella mia consulenza tecnica, è stata un'attività - quella del confezionamento del corpo - estremamente lavorata: l'avvolgimento prima del capo, poi delle mani dietro alla schiena, e in due punti degli arti inferiori. L'estrema esiguità delle tracce genetiche ci lascia ipotizzare che il soggetto indossasse i guanti, o che l'abbia fatto in una condizione tale da impedire il rilascio di tracce. Perché maneggiare quel tipo di nastro è estremamente complesso: con la mia squadra ho fatto una simulazione e abbiamo provato con un manichino a fare la stessa cosa che è stata fatta a Serena. Vi assicuro che senza guanti è impossibile non lasciare tracce e anche copiose. C'è stata una grande consapevolezza nel confezionare la vittima ma anche nell'ucciderla: il bavaglio ha una natura asfittica, usato per soffocare la ragazza». A farle eco l'avvocato Nardoni: per la parte civile la porta è e resta l'arma del delitto.

Il colpevole dell'omicidio di Serena Mollicone, ancora senza un nome. Questo il convincimento del professor Carmelo Lavorino, criminologo e portavoce del pool tecnico della difesa della famiglia Mottola, ascoltato ieri per quasi 7 ore. A sostegno dell'innocenza dell'ex maresciallo Franco Mottola, della moglie Anna Maria e del figlio Marco ci sarebbero 17 argomenti, quelli che il professore chiama enunciati. «Serena Mollicone non sarebbe stata uccisa in caserma né in un bosco. La porta non è l'arma del delitto e non ci sono tracce degli imputati. Né la questione dei frammenti lignei sullo scotch reggerebbe come prova d'accusa» riassume il criminologo a fine udienza, incalzato dal pm Beatrice Siravo e dalle difese di parti civili che sferrano un duro controesame.

I 17 enunciati
«Abbiamo studiato come si è formata la tesi accusatoria contro i nostri assistiti e l'abbiamo divisa in 10 parti, 250 pagine circa: 17 gli enunciati che abbiamo usato per confutarla» spiega Lavorino, accanto all'ingegnere Cosmo Di Mille e al tecnico informatico Gaetano Bonaventura. Al primo posto della sua tesi difensiva il criminologo pone il video che riprende il sopralluogo nel boschetto dove è stato trovato il cadavere di Serena Mollicone e che riprende l'ispezione cadaverica esterna sul tavolo settorio. «Non esiste il video dell'autopsia ma solo fotografie. Il professor D'Aloja prima e la professoressa Cattaneo, poi, basano alcune delle loro deduzioni sull'errore di presupposto, di apprezzamento, di riferimento che il video dell'ispezione cadaverica esterna sia quello dell'autopsia o sia datato il 4 giugno 2001.

In realtà il video è del 3 giugno. Dunque, ogni deduzione o conclusione basata sul fatto che il video sia dell'autopsia deve essere anticipata di circa 24 ore». Poi il professore punta il dito sulla data dell'avvistamento di Serena da parte di Carmine Belli: «L'avvistamento di Serena da parte di Belli è del 31 maggio e non del 1° giugno. Lo avrebbe detto prima di essere indagato e pure dopo l'assoluzione. Non so perché Belli abbia cambiato poi il suo pensiero». Il corpo di Serena sarebbe stato trasportato successivamente nel boschetto: «I libri recuperati erano asciutti, quindi non potevano essere lì il pomeriggio». Sei i «piccoli capitoli» che il criminologo avrebbe dedicato a questo passaggio nella consulenza. Ben delineati i punti cardine della "contro-tesi" della difesa Mottola: Marco non era biondo né mesciato. «Il giovanotto mostrato con i capelli biondissimi non era Marco. Noi abbiamo 80 foto scattate nel giorno del funerale - scheda sequestrata al fotografo di un quotidiano - che dimostrano che aveva i capelli più scuri e a fare fede c'è la data delle foto» afferma Lavorino.

«Sul telefono consegnato da Guglielmo al maresciallo c'era una impronta papillare del papà di Serena: quindi non sono state cancellate così come è stato fatto credere. Impronte date poi al Ris. Questo a riprova che Mottola non ha manomesso il cellulare di Serena. Né ha inserito il numero 666 - aggiunge - L'assenza di tracce è una traccia: non ci sono infatti interventi nella memoria». Stessa considerazione per quella che la procura ritiene sia la scena del crimine: «Non vi sono tracce in caserma e neppure sui reperti che facciano riferimento agli imputati. Diverse quelle biologi che sui reperti, quelle dattiloscopiche all'interno dei nastri sia sugli oggetti. Anche microframmenti. Nessuno però attribuibile agli imputati. Non c'è corrispondenza con i nomi degli imputati»

Il confezionamento del corpo, poi, è stato maniacale: «Il soggetto ignoto non ha voluto salvare la ragazza prima, durante e dopo il crimine: scansioni temporali precise. Attenzione maniacale nel confezionare la ragazza: il soggetto poteva avere anche un affetto non corrisposto». L'omicidio Mollicone, spiega ancora Lavorino, è balzato agli onori delle cronache - comparabile solo a quello di via Poma - per il secondo passaggio, quello dopo l'omicidio: «Chi l'ha "impacchettata" ha rischiato in prima persona, ma doveva farlo. Non poteva altrimenti».

La porta
La porta, ritenuta dalla procura l'arma del delitto, è per il pool Mottola «la catastrofe investigativa». Le misurazioni - della porta ma anche del punto d'impatto che secondo gli inquirenti sarebbe invece stato generato dall'urto della testa di Serena - non convincono. L'altezza della vittima non quadra in relazione alla ricostruzione né esisterebbe il punto di impatto che avrebbe dovuto avere la spalla della studentessa, se scaraventata con violenza. «Quatrale, poi, è il soggetto jolly, perché la pista dei "soli" Mottola non era convincente. E quindi hanno tirato fuori Quatrale» aggiunge.

Il professore passa in rassegna altri aspetti tecnici: i frammenti lignei trovati sul nastro che avvolgeva il capo di Serena. «Innanzitutto non sono compatibili con quelli della porta. Poi sul nastro che avvolgeva il collo e non la testa della vittima sono statitrovati12 frammentisu530centimetri di nastro. Molte tracce, secondo gli investigatori, erano presenti sulla busta. E non sul collo». Quindi parla di errori di metodo nell'analisi delle stesse tracce. Dunque per il professor Lavorino neppure il luogo dell'omicidio né tantomeno quello del confezionamento sarebbero noti. «Le tracce criminalistiche che abbiamo non ci permettono di dire dove è stata uccisa. Ma il luogo dell'allestimento de corpo è un luogo probabilmente chiuso».

di: Carmela Di Domenico